ORDINE MILITARE E RELIGIOSO DEI SANTI MAURIZIO E LAZZARO


INTRODUZIONE



La maggioranza delle persone, pensano che questo nobilissimo ed antico Ordine col nome di due Santi, siano stati uniti sin dalla loro nascita e che insieme abbiano professato la religione di Cristo e che per essa abbiano insieme incontrato il martirio. Niente di tutto questo, nulla ebbero in comune, Maurizio (si pensa che il nome derivi da Mawrvysk che nell’antica lingua dei Galli significava Marte potente, o forse piu' semplicemente moro, bruno, scuro appellativo tipico delle regioni dell’Alto Egitto) fu duce di un’antica legione Tebea convertita alla fede del Cristo; mentre Lazzaro e' tutt’ora incerto se derivi dall’evangelico mendicante, che in una delle piu' struggenti parabole del Cristo, tutto coperto di piaghe, invocava alle porte del ricco Epulone le briciole di pane cadute dalla mensa, e che dopo la sua morte fu assunto dagli angeli al seno di Abramo; o se piuttosto derivi dal nome del fratello di Marta, che gia' cadavere da giorni Gesu' riporto' in vita e che in seguito divenne un fervente predicatore della nuova fede sino a patire il martirio. Comunque sia, i due diversi Ordini sorsero nel Medioevo sotto il nome rispettivamente dell’uno e dell’altro Santo Protettore e solo dopo diversi secoli ed agli instancabili uffizi di Emanuele Filiberto furono riuniti in uno solo con Bolla del Pontefice Gregorio XIII in data 15 gennaio 1573, e che pertanto l’Ordine riuni' in se' due meravigliose storie di valore, di cortesia e di pieta' che lo fecero grande e invidiabile su tutti gli altri Ordini dell’intera Europa. Ora ripercorriamo queste antiche storie gloriose di imprese guerresche non scevre di carita' ed abnegazione, antesignane dell’odierno Ordine Mauriziano.


ORDINE DI SAN MAURIZIO

La selvaggia valle che dall’antica Ottaduro si allarga e si espande verso le rive del lago Lemano, attraversata dalle limpide e vorticose acque del Rodano, ai tempi dell’Imperatore Massimiano, fu consacrata dal sangue della legione Tebea, guidata da un giovane guerriero di nome Maurizio.


COFANETTO PORTA-RELIQUIE DI SAN MAURIZIO

Egli, fu l’eroico comandante della gloriosa e famosissima legione Tebea, tanto da essere osannata dagli imperatori, come racconta il Canonico e Teologo della chiesa Metropolitana di Torino Guglielmo Baldesano. “… et era tanta la stima che di essa legione facevano gli stessi Imperatori, che l’annoveravano tra le piu' degne, che essi addimandavano Palatine, e era una di quelle, alle quali particolarmente era commessa la cura e custodia della piu' nobile, e piu' importante provincia del Romano Imperio, cioe' d’Italia” La legione fiori' nel III secolo, sotto l’impero di Diocleziano, sovrastando tutte le altre per valore militare e professione della fede religiosa cristiana. Il capitano della legione, Maurizio godeva dell’onore e della stima dell’Imperatore e dei suoi cortigiani. Egiziano, ma non e' dato sapere se cittadino di Tebe, ma certo di stirpe nobile e di grande valore nell’uso delle armi; uomo molto accorto, prudente e di provata fede cristiana, sempre accompagnato dal suo luogotenente, il cavaliere Secondo, gentile, prudente anch’egli, fedele agli amici, umile, modesto, amorevole ed onestissimo. E sara' proprio lui, Secondo a pagare per primo la persecuzione che si scatenera' dopo pochi anni contro i cristiani. Infatti gli imperatori Diocleziano e Massimiano furono pienamente d’accordo sulla necessita' di perseguitare i cristiani ritenendoli “causa primi” della rovina dell’Impero. Quando dalla Gallia arrivarono le prime notizie di ribellione all’Impero, anche la legione Tebea fu chiamata alla difesa di Roma. Ma il richiamo militare nascondeva una subdola insidia; per ordine di Massimiliano tutte le legioni dell’Impero furono invitate a fare sacrificio agli idoli, creando cosi' un funesto contrasto tra il dovere militare e l’alto dovere della coscienza cristiana di non bruciare incenso alle divinita' pagane. Secondo, il luogotenente di Maurizio, si rifiuto' sdegnosamente ed eroicamente, e per questo venne imprigionato davanti ai suoi soldati, mentre la sua voce in un grido risoluto esortava i suoi soldati alla fedelta' a Cristo. Verra' poi giustiziato mediante decapitazione. Dopo la morte di Secondo, con inaudita e diabolica violenza l’Imperatore Massimiano ordino' alla legione Tebea di battersi contro i cristiani. La legione a questo ordine rispose con un ardito rifiuto. Maurizio, quale capo indiscusso, si oppose con argomentazioni forti da fervido credente, ribadendo che la legione avrebbe fatto sacrificio solo al Dio creatore e che era pronta a servire l’Imperatore, senza risparmio di fatiche e sangue contro chiunque tranne che i cristiani.



Massimiano invece ordino' per ben due volte la decimazione della legione che aveva osato opporsi al suo volere, consistente, come si sa, alla messa a morte di ogni decimo soldato effettivo appartenente al rango. Maurizio e i suoi guerrieri, ben consci della legge dell’onore cristiano, non si sottrassero, ma anzi si offrirono a gara per essere tra i colpiti, cosi' rispondendo__ “Noi, Imperatore, non neghiam di essere tuoi soldati, ma bene insieme confessiamo d’essere del Creatore dell’universo fedelissimi servitori…Non possiamo dunque obedire il terreno Imperatore in quello ch’e' contro la legge dell’eterno Re, e Signore. Anzi riconosca pure egli Colui che l’ha creato se da Esso non vole essere giustissimamente condannato. Non si gonfii per questa sua temporale dignita' che presto avra' fine, per chi se con gratitudine non la riconosce da Chi l’ha concessa, non piu' le servira' che di riparabile confusione e quando nudo comparira' innanzi a Lui suo vero giudice e tremendo Signore… Ci spogliamo dell’insegne della dignita' di tuoi cavalieri, con cingerci la verita' dell’Evangelio, la cui difesa ci fa cavalieri del Re del Cielo.”

Massimiano non si impietosi' affatto e pronuncio' l’estrema sentenza ordinando il massacro in massa della legione Tebea, ed il martirio si compi' definitivamente nelle pianure del Vallese nella localita' di Agauno.

Il sacrificio e' consumato: Maurizio, martire santo, cavaliere ed eroe sale alla gloria dell’eternita'; velocemente la sua fama si diffonde in ogni dove. I Principi piu' illustri fanno a gara per rendergli onore e devozione. Il Re San Sigismondo di Borgogna fece costruire una chiesa ed un monastero in suo onore, e ben presto diventera' meta di pellegrinaggio ed oggetto di generale culto. Lo stesso Carlo Magno si reca a visitare le reliquie de “Santi Tebei”, i Principi di Borgogna lo scelgono per le loro insegne ed in segno di speciale devozione prendono l’investitura del Regno con la simbolica tradizione della lancia e dell’anello del comandante Tebeo, nella chiesa di San Maurizio di Agauno; Ugo Capeto fa dono al suocero Re d’Inghilterra dello stendardo di Maurizio; Pietro di Savoia, il piccolo Carlomagno, dopo varie vicissitudini di carattere militare, politico e religioso,dopo aver affermato il suo valore e la sua autorita' sovrana nel Chiablese, nel Vaud e nel Vallese ricevette in dono dall’Abate Rodolfo l’anello d’agata su cui era incisa l’effigie di San Maurizio. Questo anello appartenne poi, al Principe regnante della casa Savoia fino a quando fu smarrito durante i tumulti della Rivoluzione Francese e fu in seguito fatto ricostruire dal Re Carlo. Alberto. Amedeo VI, detto il Conte Verde, nell’anno 1350 fece coniare moneta con l’effigie del Santo, e nelle campagne militari, tra gli altri vessilli, uno sicuramente aveva l’immagine di San Maurizio.

L’originaria residenza dei Principi di Savoia era il Castello di Bourget luogo nei pressi di Chambery sul lago che ne prende il nome. Ma Bona di Borbone, moglie di Amedeo VI, nel 1373 fece edificare un palazzo sopra una lingua di terra che si protende sulle limpide acque del lago di Ginevra, vicino a Thonon, ove si trasferi' ad abitare. Questo luogo si chiamava Ripaglia, che certamente per bellezza di paesaggio era uno dei luoghi piu' belli che, all’epoca, si potessero immaginare. Amedeo VIII, (detto il Pacifico) nato il 4 settembre 1383 da Amedeo VII e Bona di Berry, nel 1410 vi fondo' una Chiesa dedicata a San Maurizio, ed il 10 di giugno 1411 vi eresse il Priorato di Sant’Agostino, e l’anno seguente (ottenuta la Bolla confermante quel Priorato), dono' ai canonici undici cappe di broccato d’oro con ricami in rosso, verde e bianco, divisate con le armi dei Savoia e di San Maurizio.

Nel 1422, avendo gia' 24 anni di regno, dopo molte imprese condotte a termine con accorgimento e rara prudenza, dopo aver assicurato ai suoi Stati il beneficio d’una savia e uniforme legislazione, cosa che “ il solo pensarla era ardita, meraviglioso l’ottenerla in un tempo in cui il cozzo di tanti privati interessi comunali, baronali e clericali rendeva oltremodo difficile ogni generale provvedimento”, essendogli morta la moglie che egli amava intensissimamente, preso da in ineffabile senso di tristezza, delibero' di ritirarsi a servire Dio nel convento di Ripaglia. Ma questo desiderio non si realizzo' subito, infatti Amedeo VIII era si' uomo devotissimo, ma era anche conscio perfettamente dei doveri che il suo altissimo grado gli imponeva, e percio' maturo' questi suoi propositi per altri otto lunghi anni e li mise in atto solo quando lo ritenne opportuno. E finalmente il 16 ottobre del 1434 riuni' in Ripaglia i principali Signori di Savoia, i prelati piu' importanti unitamente ai suoi figli Ludovico e Filippo, e dopo aver ricordato ai convenuti le cose realizzate nel suo lungo regno, (con l’aiuto di Dio) dichiaro' la sua volonta' di riposo e quindi di ritirarsi, delegando a Luogotenente Generale dei suoi Stati il suo primogenito Ludovico. Pertanto il giovane principe fu designato ad attendere alle sole ed esclusive ordinarie pertinenze di governo, mentre Amedeo VIII riservo' a se' ed ai Consiglieri che avrebbero d’ora in poi vissuto nel Monastero i provvedimenti di maggiore importanza e di piu' ardua soluzione. Dati tali chiarimenti e steso l’atto regolare per la Luogotenenza al proprio figlio Ludovico, benedisse entrambi i figli, congedo' l’assemblea e prese l’abito religioso dalle mani del Priore insieme ai cinque suoi compagni: Arrigo di Colombier - Claudio du Saix (o de Saxo) – Nicodo de Menthon – Umberto di Glerens – Francesco de Buxy._Oltre questi gentiluomini vi erano alcuni scudieri tra i quali: Giorgio di Varex e Giorgio di Valperga,_un cappellano di nome Pietro Reynaud e vari camerieri e valletti. I summenzionati cinque gentiluomini, tutti celibi o vedovi e tutti di eta' matura, esperti d’armi, nelle ambascerie e nel governo, sotto il nome di Cavalieri di San Maurizio, formarono una congregazione religiosa ed al contempo un Consiglio di Stato. Questa singolarissima istituzione dicotomica, diversa da tutte le altre allora conosciute, assumeva in se': “il servire Dio in vita regolare e claustrale e governare le faccende dello Stato nelle piu' mondane e difficili contingenze dei casi”.

Interessante sottolineare cio' che le cronache del tempo riportavano: Amedeo VIII, destino' due giorni della settimana al digiuno e alla preghiera, ma gli altri cinque agli affari, e non solo del proprio Stato. Data la fama, che col senno e l’equita' si era acquistata, ricorrevano a lui i Principi d’Italia, di Francia e di Germania per consigli ed arbitrati. Di grande rilievo fu la pacificazione da lui operata tra l’Inghilterra da una parte e la Francia e il duca di Borgogna dall’altra, pacificazione sancita col trattato di Arras, che fa degno riscontro a quella operata dal suo grande e illustre Avo il Conte Verde, tra i Genovesi ed i Veneziani. I cinque nobili gentiluomini vivevano da romiti in altrettante casette appartate, composta ciascuna di varie, comode e ben arredate stanze. Amedeo ne aveva una piu' suntuosa con un oratorio privato ed una copiosa libreria che di fatto di eremitico non rimaneva che l’abito, l’orazione e la regolarita' della vita esemplare ed irreprensibile. Il Duca, i Cavalieri e i famigli portavano abiti di panno grigio di Molines o di Rohan, anche il cappuccio ed il mantello erano grigi, solo il cappuccio del Duca era ornato di pelliccia di martora zibellina, mentre quello dei Cavalieri con pelliccia nera della Romagna, semplice in tutto a quello dei famigli. I Cavalieri avevano barba e capelli lunghi, un bastone ricurvo in mano e la croce d’oro trifogliata di San Maurizio appesa al collo. La loro provvigione annua era di 200 fiorini di piccolo peso. La sicurezza di quel luogo era affidata alla continua sorveglianza di otto guardie, anche se l’agglomerato e le singole case

erano fortificate e cinte da un fosso. Questi accorgimenti, oltre ad essere una valida difesa dagli attacchi degli uomini, servivano contro gli animali selvatici, in quanto numerosissimi branchi di lupi infestavano quella regione. Amedeo VIII, fu tratto dalla quiete di Ripaglia, dalla decisione che il Consiglio di Basilea prese per porre fine allo scisma che travagliava la Chiesa, eleggendolo a Sommo Pontefice. Il 6 dicembre 1439 giunsero all’eremo gli ambasciatori del Concilio con l’annuncio dell’elezione. Tra essi vi era il Cardinale Ludovico d’Arles, il Conte di Trastenain, il borgomastro, Enea Silvio Piccodomini segretario del Concilio, che divenne poi Papa col nome di Pio II, insieme a molti altri vescovi, gentiluomini e prelati minori. In tutto si contavano 374 cavalli e persone. Il futuro Papa Enea Silvio cosi' parlo' del Duca__“Oh cosa degna d’ammirazione! Uno dei Principi piu' potenti del secolo, temuto dai Francesi e dagli Italiani,a cui, prima in auree vesti incedente, molti in ostro ed oro solevano fare corona, e mazzieri precedere, e turba d’armati far guardia, ed una calca di cortigiani tener dietro, ora preceduto da sei romiti, seguito da pochi sacerdoti, in abito vile e negletto ricevere il Legato Apostolico. Degna di venerazione appare quella compagnia. Il Duca, dopo non poche reticenze accetto' l’altissimo incarico, dichiarando: “…per impedire che qualcun altro di modesta condizione, elevato a quel soglio sublime, tanto dovesse compiacersi del potere da fare poi difficolta' a lasciarlo il giorno in che il vantaggio della Chiesa richiedesse un tale sacrificio, mentre egli stanco e ormai staccato dalle cose del mondo, sarebbe tornato con gioia al suo eremo per pregare e vegliare da lungi alla fortuna del suo diletto figliolo”. Il Duca prima di abbandonare Ripaglia provvide con estrema cura alle cose dello Stato, nominando il figlio Duca di Savoia e Conte di Piemonte. Finalmente parti' e giunse a Basilea per essere incoronato il 24 giugno 1440. Di nuovo Enea Silvio Piccolomini cosi' lo descrive: “ giunse sul nascere del giorno Felice V Papa eletto, con veneranda canizie, aspetto dignitoso, spirante da tutto il volto una prudenza singolare; di statura mediocre, di fattezze tanto belle quanto puo' comportarle la vecchiezza, bianco di carni e di pelo; lento e breve il favillare”. Felice V, osservo' scrupolosamente il proposito manifestato nell’accettare il Pontificato. Infatti con la successione di Niccolo' V ad Eugenio IV, uomo buono, conciliante e timorato di Dio, rinuncio' al Sommo incarico per porre definitivamente fine allo scisma e restituire la pace alla Chiesa. Niccolo' V ricompenso' pienamente l’azione cosi' pia e generosa di Felice V, confermandone tutti gli atti e nominandolo Cardinale della Sabina, legato perpetuo della Savoia con preminenza di posto e di parola su tutti gli altri cardinali, gli concesse inoltre le insegne pontifice, (tranne l’anello piscatorio, la croce alle scarpe e l’ombrellino). Termino' la sua carriera dedicandosi al solo governo della Chiesa di Ginevra. Amedeo VIII mori' il 7 gennaio 1451 nel Convento dei Padri Predicatori. Fu sepolto con grande pompa nella Chiesa di Ripaglia. Il 7 dicembre 1575, Emanuele Filiberto ne fece trasferire i resti a Torino nella Regia Cappella del Santo Sudario dove piu' tardi gli fu eretto da Carlo Alberto un bellissimo monumento.

OSSA HEIG SITA SUNT
AMEDEI VIII
PRINCIPIS LEGIBUS POPULO CONSTITUTIS SANCTITATE VITAE
PACE ORBI CHRISTIANO PARTA CLARISIMI
REX CAROLUS ALBERTUS
DECORI AC LUMINI GENTIS SUAE
MON. DEDIC. ANNO MDCCCLII
OBIIT GEBENN. SEPT. ID. IANUARII MCCCCLI


Il popolo per lunghissimo tempo lo venero' come un Santo, credendo fervidamente nella sua capacita' di operare miracoli. Questo denota se non altro la bonta' dei suoi costumi ed il forte senso di carita' e di altruismo da fargli meritare i soprannomi di Pacifico e di Amator della Croce. Per la sua sapienza civile nella guida del suo regno, venne soprannominato (a dire il vero con eccessiva adulazione) il Salomone dei suoi tempi.

Nel testamento fatto da Amedeo VIII nel 1439, prima di lasciare l’eremo di Ripaglia per recarsi a Basilea, e' esplicitamente spiegato lo scopo ed i modi di reclutamento dell’istituzione dei Cavalieri romiti di San Maurizio. Nel testamento, racconta di come fondo' il Convento a Ripaglia, formato da sette cavalieri secolari e di aver edificato espressamente per loro sette case contigue, cosi' come descritto precedentemente. Inoltre diede ordine preciso al suo erede di portare a conclusione cio' che eventualmente alla sua morte fosse incompiuto o imperfetto. Infine ordino', che il Duca di Savoia regnante, assistito dagli altri Cavalieri di San Maurizio, che l’elezione di ogni nuovo cavaliere venisse fatta fra “uomini egregi costituiti nell’ordine del Cavalierato, d’eta' provetta, lungamente e laudabilmente esercitati in onorate fazioni militari, in viaggi ed in peregrinazioni lontane ed in ardui maneggi di Stato, di pronta integrita' e prudenza, netti d’ogni macchia di misfatto e d’infamia, e disposti, per finir bene la vita, a rinunciare volenterosamente al Cavalierato ed alla pompa mondana, ed a vivere casti nell’esercizio delle virtu', i quali come principali dello Stato e Consiglieri ducali, fossero tenuti nei casi occorrenti nei quali potesse aver luogo il loro consiglio, e massime nei casi difficili, militari e politici, consultar fedelmente.” Questo alto concetto (forse non ancora ben colto dalla moderna storiografia) nella scelta di uomini di grande sapienza e di bonta' umana, votati ad una vita romita e religiosa al servizio di Dio e di San Maurizio, non pote' che giovare agli affari di Stato. Dopo la nomina di Amedeo al Pontificato, pare non siano stati creati altri cavalieri in sostituzione dei primi, i quali avevano seguito il Pontefice nella nuova sede, sicche' l’Ordine rimase interrotto per oltre un secolo, sino a quando un altro Principe non meno grande di Amedeo VIII, intui' la grande importanza che poteva assumere l’Ordine negli atti dello Stato, e ne coltivo' e ravvivo' l’interesse per volgerlo ai propri fini. Delle vicende e dell’opera di quel grande Principe di nome Emanuele Filiberto parleremo in seguito. E’ d’uopo adesso soffermarci sull’altro importante ed interessantissimo Ordine.


ORDINE DI SAN LAZZARO

Da tempi immemorabili, antichi scrittori e testi sacri, parlano sovente di una terribile malattia che affliggeva e falcidiava moltitudini di persone nell’allora mondo conosciuto. Questa malattia chiamata alfos nella Bibbia, zarahat dagli Ebrei, baras dagli Orientali, conosciuta da noi come lebbra, e' caratterizzata da parziali macchie bianche della pelle, le quali preludono a moltissime pustole che non tardano a manifestarsi. In seguito la pelle si ulcera infettando sia la carne che le ossa; scompare, subito dopo, il senso del tatto, i peli si mutano in una schifosa lanugine, si aprono profonde vesciche, le unghie cadono una dopo l’altra, gli occhi, pur tollerando la luce diventano cisposi e le palpebre appaiono rovesciate, le gengive si corrodono, si allargano ed i denti uno dopo l’altro cadono, ed infine sopravvengono altri fenomeni piu' riluttanti e micidiali ed il lebbroso ridotto ad una massa informe e sanguinolente, va incontro alla morte fra orribili ed indescrivibili convulsioni. Poiche' questa malattia spaventosa era contagiosa, i lebbrosi venivano cacciati dalle comunita' e relegati in luoghi deserti e selvaggi, e se osavano approssimarsi ad un qualsiasi centro abitato venivano uccisi senza nessuna pieta'; inoltre venivano obbligati ad agitare speciali rumori quali sonagli o campanelle, per avvertire chiunque della loro presenza e come misura cautelare per impedire che fuggissero. Ma l’avvento del Cristo modifico' l’atteggiamento degli uomini verso i lebbrosi; Egli fu il primo ad aiutare ed a tendere la mano a quegli infelici.


TOMBA DI SAN LAZZARO [CIPRO]

Solo l’amore e l’umana compassione potevano portare un minimo di conforto a quei diseredati e l’insegnamento di Gesu' non ando' perduto. La memoria della pieta' del Maestro ispiro' alcuni uomini caritatevoli a fondare un Ordine religioso e militare sotto la protezione di San Lazzaro, con il fine precipuo di soccorrere i lebbrosi. Pietro di Belloy nell’opera: “Origini ed istituzione di diversi Ordini di cavalleria”, fa risalire la fondazione dell’Ordine di San Lazzaro nell’anno 72 d.c.; riteniamo che questa affermazione sia del tutto fuori luogo, non e' assolutamente possibile che dalle catacombe poteva sorgere un Ordine di cavalleria, sarebbe un anacronisma storico. Tutt’al piu' si puo' concedere al Belloy, e ne siamo convinti, che in quell’anno, nei bui meandri della chiesa sotterranea, fosse stata fondata una Confraternita dedicata alla cura degli infermi e che undici secoli piu' tardi l’Ordine di San Lazzaro si fondo' sopra tale modello. Altri ne attribuiscono la fondazione a San Basilio Vescovo di Cesarea in Cappadocia nell’anno 372 d.c. sotto il regno dell’Imperatore Valente. E’ vero pero', quanto ritiene Gregorio Nazianzeno che prima di essere Vescovo, Basilio riuni' in Cappadocia alcuni uomini pii e formo' una comunita'. E’ probabile che quegli uomini accettassero l’obbligo di visitare e curare gli ammalati. Ma anche se quel convento e' ritenuto come il primo cenobio cristiano, non somigliava ancora per nulla all’Ordine dei Cavalieri di San Lazzaro come lo ritroviamo nella storiografia attuale. E’ molto verosimile, invece, che l’origine fu questa che passiamo a descrivere, seppur in modo sintetico. All’epoca della prima Crociata, quando in uno slancio di religioso e cavalleresco entusiasmo, parve che tutta l’Europa si riversasse in Oriente per la liberazione e il possesso dei luoghi sacri, ben presto fra gli orrori della guerra emerse la tremenda condizione riservata ai lebbrosi dalla tradizione Mosaica che intendeva i lebbrosi come coloro che venivano colpiti da un segreto giudizio di Dio; e dalla legge Maomettana che li considerava come creature immonde e inferiori. Pertanto, commossi da cristiana pieta', sorsero quattro Compagnie di frati  “spetalieri” che si dedicarono da una parte alla cura degli infermi e dall’altra si comportarono da valorosi combattenti per la conquista del Sacro Sepolcro di Cristo. Questi quattro Ordini al contempo religiosi e militari, (cosa del tutto nuova per il tempo) si chiamarono


  1. Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme (1048), confermato e riconosciuto da Papa Pasquale V (1113), poi di Rodi, detto di Malta (Sovrano Militare Ordine gerosolimitano di Malta;
  2. Cavalieri del Tempio (Templari – 1118), abolito il 21/03/1312 da Papa Clemente V;
  3. Cavalieri Teutonici, detti anche di Santa Maria di Gerusalemme, fondato da Federico Barbarossa e confermato da Papa Celestino III (1191);
  4. Cavalieri di San Lazzaro di Gerusalemme per curare i lebbrosi, sorto ab antiquo protetto dai Pontefici a partire dal 1227.  

Questi ultimi adottarono e professarono la Regola di Sant’ Agostino; il loro abbigliamento era costituito dal vestire un lungo abito nero, contraddistinto sul petto dalla croce verde piena che fu poi biforcata nel XVI secolo. Buona parte dei Cavalieri di San Lazzaro erano affetti dalla lebbra, contratta in molti casi per la loro attivita' di assistenza nell’ospedale. Ed il Gran Maestro dell’Ordine doveva essere sempre un lebbroso, almeno sino al 1253, all’or quando, proprio in quell’anno Papa Innocenzo IV abrogo' per sempre tale regola per evitare che si perpetuasse fra i cavalieri quel contagio, che per la loro stessa regola cercavano di contenerne la diffusione. L’Ordine aveva una chiesa eretta in onore del suo Santo Protettore, insieme ad un Ospedale, subito fuori delle mura della citta' Santa di Gerusalemme. Una delle prime memorie, forse la piu' antica ed autentica risale all’anno 1130. Infatti in quell’anno il Patriarca Guglielmo confermo' la donazione di una cisterna fatta da un monaco Armeno alla casa dei lebbrosi di San Lazzaro. Dopo questa prima donazione preziosissima in quelle terre riarse dal sole, cosi' prive di acqua, ne seguirono moltissime altre sotto forma di doni, lasciti, privilegi ed elargizioni dati o accordati alla nobile Istituzione. Possiamo affermare che fu una vera e propria gara di carita' e liberalita' che avvinse Principi e Sovrani a favorire l’Ordine quali Baldovino signore di Cesarea, il Re Falcone, la Regina Melisanda, Giovanni Bisebarre signore di Beirut e molti altri, nonche' semplici preti e nobili gentiluomini. Non va tralasciato inoltre (perche' fu il preludio dell’insediamento dei lazzaristi in Francia) l’interessamento, che Ludovico VII detto il Giovane, recatosi in Terra Santa, resto' fortemente ammirato dell’Ordine, che oltre a fissare per esso una cospicua somma annuale concesse anche il Feudo di Boigny presso Orleans ed una casa presso Parigi, la quale, in seguito fu convertita in ospedale dai lazzaristi, ove non si ammettevano che i lebbrosi nati in citta', tranne i fornai che venivano ricevuti senza eccezioni a qualunque provincia della Francia appartenessero, in riguardo al loro mestiere che piu' di ogni altro li rendeva atti a soffrire e a diffondere quella terribile malattia. Necessita a questo punto fare menzione di un illustre lebbroso dell’epoca, Baldovino IV, succeduto all’eta' di 13 anni al Re Amalrico uno dei maggiori benefattori dell’Ordine. Baldovino fu Re solo di nome, in quanto a reggere lo Stato in sua vece, fu incaricato Raimondo Conte di Tripoli. Il giovinetto rimase nel convento di San Lazzaro di Bettania, prodigando le cure ai bisognosi, delle quali aveva bisogno egli stesso e concludendo la sua vita non ancora ventenne, spesa cosi' utilmente secondo il pensiero e l’azione del Cristo Ma nell’anno 1187 il Sultano Aladino, approfittando della rivalita' dei Principi cristiani, con un poderoso esercito mosse contro i crociati e li sconfisse in piu' battaglie, conquistando Tolemaide, Biblo, Beirut e la stessa Gerusalemme, facendo decapitare in sua presenza tutti i Cavalieri degli Ordini religiosi della Palestina caduti prigionieri. Una nuova Crociata, capitanata da Luigi di Francia e da Riccardo Cuor di Leone, riconquisto' qualche terra ai Saraceni, ed i Cavalieri di San Lazzaro si stabilirono nella citta' di Tolemaide, conservando sempre il nome di Gerosolimitani. Fu in questo contesto che Federico II, recatosi in Siria e dopo aver concluso una tregua col Sultano, concesse a Gualtiero di Novo Castello, Gran Maestro dell’Ordine, terre, censo e signorie in Sicilia, Calabria, Puglia, Terra di Lavoro ecc…



Comunque di notevole importanza, anzi fondamentale furono i privilegi e le immunita' concesse all’Ordine di San Lazzaro dai Sommi Pontefici. Si ha menzione che sin dall’anno 1045 i Pontefici elargirono privilegi all’Ordine, da Benedetto IX e Urbano II (1096) a Pasquale II (1115) ma con certezza bisogna risalire a Papa Gregorio IV, che con Bolla del 4 agosto 1227 dichiaro' immuni da ogni imposta i beni dell’Ordine, e con altra Bolla del 26 novembre dello stesso anno concesse un’indulgenza di venti giorni a chiunque facesse qualche elargizione ai lazzaristi. Papa Alessandro IV, nel febbraio 1255 confermo' le donazioni fatte all’Ordine dall’Imperatore Federico prima della sua deposizione. Con Bolla del marzo dello stesso anno uni' all’Ordine il beneficio della chiesa di Galbio, diocesi di Lincoln della quale esso gia' aveva il patronato; con successiva Bolla dello stesso mese ed anno dispose che per i colpi e le ferite inferte da un Cavaliere a Cavaliere, si applicassero le stesse sanzioni che i sacri canoni hanno stabilito per i monaci. Nell’aprile successivo confermo' ai Cavalieri la regola di Sant’Agostino, gia' da essi abbracciata e finalmente con Costituzione del 22 novembre 1257 stabili' che l’elargizione di 200 marchi d’argento, fatta all’Ordine, dispensasse dall’osservanza dei voti, fuorche' da quello di recarsi in Terra Santa, ed attribuisse facolta' di conservare le cose rapite, delle quali fosse ignoto il proprietario. Clemente IV, il 26 febbraio 1266 esorto' i Vescovi a proteggere i Cavalieri di San Lazzaro, a rendere loro pronta giustizia, a richiamare, anche con le censure i Cavalieri indocili e disubbidienti. Stabili' inoltre che fossero sepolti gratuitamente e accordo' loro altri privilegi minori e benefici. Di estrema importanza fu poi l’altra Bolla del 5 agosto 1267, nota col titolo di Venerabilibus, con la quale lo stesso Pontefice ordino' che venissero consegnati ai Cavalieri di San Lazzaro tutti i lebbrosi e i loro rispettivi beni, incaricando i Vescovi, in caso di renitenze od opposizioni, di prestare aiuto morale e materiale all’Ordine per il conseguimento di tale enorme beneficio, che accresceva in modo inquietante la potenza e la preponderanza dei Cavalieri. E Papa Giovanni XXII, nel 1318, sottrasse l’Ordine alla giurisdizione ordinaria dei Vescovi, ponendolo in diretto rapporto con la Santa Sede. L’anno 1291 segno' la fine della permanenza dell’Ordine in Tolemaide, in quanto dovette cedere all’impeto dei Saraceni, che riconquistarono in poco tempo i luoghi Santi. I Cavalieri furono costretti a ritirarsi, e la maggior parte di essi trovo' nuova sistemazione nell’Italia meridionale nei Regni di Napoli e Sicilia, mentre un piccolo gruppo riparo' in Francia, riconoscendo come capo un Cavaliere gia' investito pro tempore della Commenda di Boigny presso Orleans al quale il Monarca Francese oso' conferire la dignita' di Gran Maestro, trascurando di fatto il principio fondamentale dell’Ordine e cioe' la cura dei lebbrosi. La svolta decisiva e l’inizio della degenerazione dell’Ordine, a nostro parere deriva dalla summenzionata Bolla pontificia Venerabilibus. Gli effetti piu' significativi iniziarono nel Regno di Napoli con alcuni provvedimenti intesi a favorire l’Ordine Lazzariano.
 


Lazzareto di Gerusalemme

La Regola dell'Ordine di San Lazzaro del 1314 custodita nel Monastero di Seedorf

Piana d'Acri - Fortezza Lazzarita

Gerusalemme
 
A tal proposito, Roberto Re di Napoli, con sua lettera del 29 aprile 1311 al Maestro giustiziere del regno, diede facolta' ai Cavalieri di prendere anche con la forza i lebbrosi, rinchiuderli nelle loro case ospedali ed inglobare tutti i loro beni. Da questo privilegio ne consegue che alcuni Cavalieri scatenarono una vera e propria caccia al lebbroso “ricco”; bastava appurare qualche macchia o pustola sul viso per giudicarlo affetto da lebbra, tant’e' che questa pratica degenero' a tal punto che si stipularono accordi economici per non essere rinchiusi e depredati. La pratica di tali eccessi scateno' risse e clamori di popolo e non pochi scandali, tant’e' che il Re Ferdinando il Vecchio fu costretto a concedere alla citta' di Reggio in Calabria un privilegio che “niun lebbroso di quella citta' potesse pigliarsi dai Cavalieri di San Lazzaro, ma fossero invece gli infetti ridotti in un luogo appartato sotto l’impero dell’Arcivescovo”. La situazione precipito' all’inizio del secolo XV con la diffusione della LUE venerea, con una intensita' spaventosa, che molti dei colpiti furono considerati lebbrosi, e dopo alcuni anni col diffondersi del “morbo gallico” su buona parte dell’Europa, inizio' finalmente uno studio ed un’attenzione piu' profonda del male, capovolgendo la situazione, scambiando a volte per morbo gallico anche la vera lebbra. All’uopo si riporta una dichiarazione del medico Antonio Telleo Acorato dell’11 febbraio 1548: “Io Antonio Telleo Acorato, medico nella citta' di Trani, ricercato da Pietro Sucrerio, commissario di S. Lazzaro sui lebbrosi, del mio parere sul male da cui e' travagliata Margarita moglie di maestro Nicolao di Giovanni, dico che non e' lebbrosa, ne' presa da alcuna specie di lebbra delle gia' note, ma solamente dal morbo gallico, quantunque secondo il giudicio de’ dogmatici razionali la disposizione gallica possa mutarsi in lebbra, e dalla lebbra sia stata originata. Imperocche' cosi' determinarono i savi di Padova nel congresso tenuto sopra tal questione; che ricercando se il morbo gallico sia antico o nuovo, opinavano che fosse antico ed una varieta' di lebbra, e guaribile. E la medesima risoluzione diede nello studio di Ferrara Nicola Leonicedo, quando il Duca di Ferrara lo interrogo' intorni il morbo sifilitico. Perlocche' se i tocchi del mal francese si dovessero cacciare, quasi la maggior parte della citta' n’andrebbe fuori, avvegnache' pochi v’abbiano a questi tempi che non sieno da tal malattia illanguiditi e corrotti. Dico pertanto che per ora si tratta qui del mal francese non stato curato. E spero coll’aiuto di Dio che sana tutti i languori, di poter migliorare lo stato di questa donna, se Dio, il tempo, e l’ingegno, e le cause estrinseche nol vieteranno, cosi' affermo…”. Cosi' l’Ordine di San Lazzaro, o uscito dalla chiesa delle catacombe o dall’umile cenobio di San Basilio, o dall’ardente carita' dei crociati, a poco a poco assurse a straordinaria ricchezza e potenza. Le sue case si moltiplicarono in Italia e in Francia, in particolare nelle terre meridionali dei due paesi, dove il terribile morbo faceva numerosissime vittime e dove naturalmente piu' desiderata ed efficace era l’opera redentrice dei Cavalieri. Eppure, come di consueto avviene nelle cose umane, la soverchia prosperita', derivata all’Ordine da tante immunita' e privilegi, lo fecero degenerare e lo avviarono fatalmente alla decadenza. Basti ricordare che intorno al 1320, sebbene in Francia sorgessero moltissime Case fornite di agi e comodita', i lebbrosi non piu' accolti negli “Spedali” se non in ristrettissimo numero, crebbero al di fuori di essi in modo esponenziale sin che nacque e trovo' fede tra il volgo la spaventevole e abominevole voce che i lebbrosi, precorrendo gli untori delle pestilenze, avessero avvelenato in piu' luoghi le acque per uccidere ogni vivente che non fosse lebbroso, in quando rimanendo al mondo solo essi, potessero spartirselo a loro piacimento negli agi e nelle ricchezze. E quella voce, nata da paurosa e codarda ignoranza, non tacque sino a che la feroce plebe non ebbe acceso centinaia e centinaia di roghi, sui quali arse i poveri lebbrosi, ripetendo, forse intorno alle crepitanti fiamme il crudo dilemma che Tamerlano aveva loro applicato qualche secolo prima: “ O sono colpevoli, e bene loro sta; o sono innocenti, ma potrebbero diventare colpevoli, e l’ucciderli e' prudenza, ad ogni modo poi la loro condizione e' cosi' miserabile, ch’e' opera fiorita il liberarneli”. Al decadimento dell’Ordine, influirono non di meno, le dispute e le contese per conseguire il Gran Magistero, non solo tra i Cavalieri di San Lazzaro, che poteva considerarsi ancora lecito, ma anche e forse soprattutto tra potenti baroni che non appartenevano all’Ordine. Infatti gia' nell’anno 1440, occupava tale ufficio, per deputazione Pontificia e non per libero voto dei Cavalieri, un gentiluomo napoletano di nome Jacopo di Benuto, con il titolo di “Generale Mastro e Precettore della Milizia dello Spedale di San Lazzaro Gerosolimitano in tutto il Regno di Sicilia ed oltre il Faro”. Alla sua morte avvenuta nel 1440, quale suo successore si 12 intruse nel Magistero un nobile capitano, Jacopo d’Azzia, estraneo all’Ordine in quanto non vi apparteneva; di questo suo “errore” chiese, dopo circa tre anni, perdono al Pontefice Eugenio IV, e lo supplico' di confermarlo nella sua carica. Il Papa prima lo fece rinunciare al grado di Gran Maestro per poi ammetterlo all’Ordine quale Cavaliere ed infine lo elesse e lo reinsiedo' nella sua carica. Detenne tale carica sino al 1498 e nello stesso anno rinuncio' all’ufficio in favore di suo nipote Giacomo Antonio d’Azzia, anche lui estraneo all’Ordine, tant’e' che per diventare Gran Maestro, si fece accogliere come Cavaliere sotto l’egida del Pontefice. Alla sua morte, che avvenne nell’anno 1522, si apri' una contesa per il Gran Magistero, tra Alfonso d’Azzia, parente del Gran Maestro defunto, e un certo Luigi Caraffa, ed entrambi asserivano di essere stati investiti direttamente da Papa Adriano VI. Questa situazione di lite duro' molto a lungo, sin quando Clemente VII, con suo provvedimento attribui' a tutti e due i contendenti il titolo di Gran Maestro dell’Ordine, con giurisdizione sull’Abbruzzo ad A. Azzia, ed il restante del Regno a L. Caraffa. Sta di fatto pero' che il Caraffa ben presto, non e' dato sapere con certezza per quale motivo, abbandono' la carica ed il Azzia governo' da solo fino al 1548. In questo stesso anno rinuncio' a tale Governo in favore di Nunzio d’Azzia gia' suo attendente, riservandosi per altro il Titolo e l’amministrazione fin che visse, equivale a dire per altri dieci anni. Sta di fatto che per ben quattro volte il Gran Magistero fu detenuto nell’ambito della stessa famiglia per privilegio papale e non per naturale elezione tra i Cavalieri dell’Ordine; e per questo abuso la giustificazione data era la seguente: “essere stata cioe' tanto cattiva la scelta di candidati ammessi a far parte di quella Sacra Milizia da non potersi per la massima parte giudicare meritevoli d’essere eletti ne' elettori”.E’ evidente che questi disordini portarono l’Ordine sempre piu' in basso, e nel volgere di poco tempo a perdere buona parte dei suoi beni e delle sue Commende anche direttamente da provvedimenti pontifici. In effetti l’Ordine annoverava tra i soui adepti anche persone che non corrispondevano ai canoni originari per cui diminui' nel concetto dell’epoca l’autorita' e la riverenza per l’Ordine, tant’e' che alcuni Papi pensarono seriamente di abolirlo o di unirlo ad altre piu' fiorenti religioni. A questo proposito vi furono alcuni tentativi di unione che per una ragione o per l’altra naufragarono miseramente, e bisognera' attendere l’intervento dei Reali di Savoia per vedere finalmente compiuta questa operazione. Il primo tentativo si deve a Pio II, che nel 1459, stante la critica situazione determinata dall’irruenza dei Turchi che minacciavano l’intera cristianita', penso' di istituire un nuovo Ordine di Cavalieri destinati per voto a guerra perpetua contro gli infedeli ed in particolare impedire ai Turchi l’entrata e l’uscita dallo stretto dei Dardanelli. Tale Ordine doveva chiamarsi di Santa Maria di Betlemme e comporsi dall’unione dei frati gaudenti del Santo Sepolcro, di S. Spirito in Sassia, del Crocefisso d’Alto Pascio e di S. Lazzaro. Ma il progetto naufrago' per mancanza di adesioni, evidentemente non era piu' il tempo del generoso sentire che aveva dato vita alle prime crociate. Il secondo tentativo, anch’esso fallito, avvenne intorno al 1480, quando i Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme ebbero difesa valorosamente l’isola di Rodi contro l’armata di Maometto II, e Sisto IV volle ricompensarne l’audacia e il valore dimostrato unendo a quell’Ordine la religione di San Lazzaro. A Sisto IV succedette Innocenzo VIII che volle premiare i Cavalieri di Rodi per i nuovi meriti acquistati per la difesa della Cristianita', e nell’anno 1489 uni' con precise e definitive parole la Religione di San Lazzaro all’Ordine di San Giovanni, affinche' questo,ancora piu' risoluto procedesse allo sterminio dei nemici dei cristiani. Ma neanche questa unione ebbe efficacia in quanto l’Ordine di San Lazzaro resto' di fatto sempre separato col suo titolo e i suoi possedimenti ed i Cavalieri di Rodi poterono occupare solo pochissimi beni. Ed allorche' dinanzi al Papa ed al Parlamento di Parigi i Cavalieri di Rodi presentarono le loro ragioni, ebbero la peggio di fronte al vittorioso atteggiamento dei Lazzariani di affermazione che l’unione non aveva mai avuto esecuzione, ne' poteva avere efficacia essendo stato fatto senza il consenzo dell’Ordine, con grande offesa dello stesso, e senza alcun suo demerito. La questione venne risolta con la promessa di una ricompensa in denaro all’Ordine di S. Giovanni. Papa Pio IV, invece penso' seriamente di riportare agli antichi splendori l’Ordine, e deputo' a tal uopo Gran Maestro Giannotto Castiglioni suo parente diretto. Infatti con un’amplissima Bolla del 4 maggio 1565, ripristina, seppur per un tempo molto limitato, privilegi, benefici, dignita' e importanza che sinteticamente cercheremo di descrivere. La Bolla apre con un encomio verso quei Cavalieri che si contrassegnano con la Croce del Redentore e si impegnano con voto solenne di combattere a costo della propria vita per la salvezza della Cristianita'. Dopo queste attestazioni, la Bolla rammenda i principi costitutivi dell’Ordine incentrati sull’ospitalita' sin dai tempi di Papa Damaso e di Giuliano apostata e che quel santissimo uomo, Basilio il grande, e che gli stessi col volgere dei tempi perdono valore sino al decadimento piu' totale, e da tale situazione bisogna risalire e portare l’Ordine all’antica dignita', rinnovando gli antichi privilegi ed aggiungendone di nuovi. Ribadi' con una secca dichiarazione che lo scopo principale dell’Ordine di San Lazzaro era ed e' servire i lebbrosi e combattere gli eretici e gli infedeli per la gloria e l’affermazione della Cristianita'. Pio IV attraverso la sua Bolla restituisce ai Cavalieri dell’Ordine la loro piu' importante prerogativa: La libera elezione del Gran Maestro, diede ad esso la facolta' di mutare l’abito, la croce, la sede dell’Ordine e di emanare nuovi statuti e di riformare i vecchi, di erigere commende e precettorie. Determino' che fossero soggetti all’Ordine e di esclusiva collazione del Gran Maestro tutte le lebbroserie, gli ospedali e i lazzaretti destinati alla cura dei lebbrosi, nonche' le cappelle e gli oratori erette in onore di San Lazzaro ancorche' di patronato laicale; dichiaro' inoltre che tutte le lebbroserie, cappelle ed oratorii eretti e quelli da erigere in onore di San Lazzaro, anche nella citta' della Santa Sede, vanno intese incorporate all’Ordine e possono essere servite esclusivamente dai Cavalieri di San Lazzaro, o dai diretti deputati a tal uopo dal Gran Maestro, e per riconoscenza e devozione devono pagare un riconoscimento annuo sotto pena di scomunica; diede anche al Gran Maestro la facolta' di farli demolire nel caso che le suddette lebbroserie ed oratorii non si riconoscessero dipendenti e pagare la quota annua; ed ancora elargi' ai Cavalieri il godimento di una o piu' pensioni purche' avessero iniziato a combattere contro gli infedeli; e che, inoltre, i Cavalieri di San Lazzaro, con tutti i loro beni, sudditi, vassalli, coloni e servi fossero esenti da ogni giurisdizione di prelati o di principi, soggetti solo ed esclusivamente alla Santa Sede, dichiarandoli immuni da qualsivoglia carico, gabella o decima, nonostante qualunque prescrizione; che eventuali cause dei Cavalieri fossero giudicate dal Gran Maestro o dai suoi giudici; revoco' tutte le alienazioni e donazioni, tutte le affittanze e le investiture dei beni della religione fatti senza il consenso della stessa, e le proibi' per il futuro sotto pene di scomunica e della privazione dei benefici; concesse ai Cavalieri e ai suoi familiari di portare armi per la loro difesa e offesa dai nemici della Santa Sede; concesse altresi', al Gran Maestro, autorita' di comunicare a qualsivoglia Priorato, Chiesa, Cappella, Ospedale, Romitorio, ed alle Confraternite di San Lazzaro qualsiasi privilegio della religione, come pure la facolta' di erigere nuove Confraternite, Chiese, Cappelle, Ospedali, Oratori ed Altari sotto l’invocazione di San Lazzaro, e con obbligo di riconoscimento annuo a favore della religione; inoltre diede facolta' al Priore della Chiesa Magistrale di celebrare con abito pontificale, verga pastorale e mitra; dichiaro' che per le eventuali trasgressioni agli statuti dell’Ordine non accompagnate da evidente disubbidienza, i Cavalieri non cadrebbero in colpa mortale; concesse al Gran Maestro potere di ammettere alla professione dell’Ordine qualunque professo di altra religione, tranne quella dei Certosini; elargi' indulgenza plenaria ai Cavalieri che morissero combattendo contro gli infedeli ed a tutti i cristiani che visitassero le chiese dell’Ordine nel giorno della festa del Santo titolare, ed ai Confratelli di San Lazzaro in punto di morte; e determino' che i Cavalieri di San Lazzaro fruissero dei privilegi, delle immunita' delle esenzioni concesse o da concedersi agli Ordini di San Giovanni Gerosolimitano ed agli Spedali di Santo Spirito in Roma e di Sant’Antonio di Vienne. Quanto sopra descritto rende abbastanza l’idea, della volonta' del pontefice di ridare forza e vigore all’Ordine, ed e' comprensibile a parere nostro, che siffatta situazione creo' malumori e persino ribellione, tant’e' che il successore Pio V sebbene confermasse i suddetti privilegi nel primo periodo del suo pontificato, nel volgere di un anno, attraverso una propria Bolla datata 26 gennaio 1566 li ricondusse in un alveo piu' ristretto, abolendone alcuni e modificandone altri. Infatti Pio V, stabili' che l’Ordine di San Lazzaro mantenesse in generale i privilegi ottenuti prima del pontificato di Pio IV, e mantenne e modifico' i seguenti. Confermo' che l’elezione del Gran Maestro venisse fatta dai Cavalieri, sotto riserva di approvazione pontificia ed alla condizione che l’Ordine avesse sede fissa. Non concesse piu' la facolta' di ammettere all’Ordine i professi di altre religioni. Non fece menzione sul diritto di creare nuove confraternite; modifico' invece, assoggettando il diritto di godere delle pensioni ecclesiastiche alla condizione di non essere bigami, ne' mariti di una vedova; riservo' l’indulgenza plenaria ai Cavalieri al momento della presa d’abito, della professione e della morte; introdusse varie restrizioni relative all’erezione dei benefici di patronato laicale in commenda. Queste le piu' importanti modifiche apportate dal nuovo pontefice, seguite da altre negli anni successivi di cui la piu' significativa riguardo' la soppressione per i Cavalieri della facolta' di ottenere pensioni ecclesiastiche. A questo punto e' importante e doveroso soffermarsi sulla figura e sulle innovazioni introdotte dall’ultimo Gran Maestro dell’Ordine Giannotto Castiglioni. Uomo risoluto e di grande rigore, con ottime capacita' e zelo per gli interessi di quella Sacra Milizia; da subito aveva inteso la sua carica come missione per riportare all’antico splendore l’Ordine attraverso una rivisitazione ferrea per l’ammissione allo stesso. Questa sua determinazione fu suffragata dall’indagine da lui commissionata, sulle qualita' degli appartenenti all’Ordine. Ed infatti questa indagine mise in luce che tante persone non erano degne ne' per nascita, ne' per indole di appartenervi, ed allora decise di rimediare mutando la croce verde piena di San Lazzaro in una croce biforcata ad otto punte dello stesso colore, e stabili' che nessuno poteva portare la nuova croce nella mano sinistra, salvo coloro che potessero provare legittimamente di possedere i quattro quarti di nobilta', sia per i nuovi professanti che per coloro che la professione l’avessero gia' fatta, lasciando a questi ultimi il diritto di portare l’antica croce nella mano destra. Con la stessa energia impose una nuova regola per i lebbrosi di buona condizione e ricchi, permettendo loro di abitare, seppure in modo appartato, nei propri possedimenti, e per dare l’esempio mise in pratica subito la sua determinazione con Donna Teresina Verdesca di Copertino, zitella nobile della citta' di Lecce, affetta da lebbra. Ma evidentemente non basto' al Castglioni la sua volonta' ferrea per risollevare le sorti dell’Ordine ormai compromesso da lustri di cattiva gestione, tantomeno fu aiutato dalla sorte, dato che il pontefice Pio IV che tanto fece per l’Ordine lascio' la vita terrena ben presto ed il suo successore ben presto aboli' quasi tutti i privilegi da lui elargiti. Pertanto non avendo grande autorita' nel nome, tanto meno nelle finanze, mancandogli, come gia' detto l’appoggio pontificio ed assillato da contrarieta' e querele quotidiane, e non ultima l’avanzata eta' e malfermo nella salute il Castiglioni si lascio' persuadere dal Conte Carlo Cicogna, Gran Cancelliere dell’Ordine di recarsi a Vercelli e di rinunciare spontaneamente al Gran Magistero a favore del Duca Emanuele Filiberto. Detta rinuncia avvenne il 13 gennaio 1571. Pertanto il grande merito di restaurare quest’Ordine spetto' ad un Principe di Savoia nendolo ed innestandolo alla Religione ed all’Ordine di San Maurizio.


ORDINE DEI SANTI MAURIZIO E LAZZARO


EVOLUZIONE DELL'INSEGNA DELL'ORDINE


La prima meta' del secolo XVI in Piemonte fu caratterizzato da guerre continue creando un tale disordine da non trovare riscontro in altre epoche della sua storia. Quasi la totalita' delle chiese erano state spogliate in tutto o in parte degli arredi aurei e lignei; stante l’impotenza dell’Autorita' ciascuno aveva usurpato ed arraffato tutto cio' che aveva potuto. Dall’inizio della seconda meta' del secolo XVI si avverti' un risveglio del sentimento religioso dovuto soprattutto al rigore ed all’implacabile furore di Papa Pio V contro i nemici della Chiesa. Infatti con l’energia del suo carattere e del suo odio contro la potenza Ottomana, riusci' a ridestare una scintilla delle antiche Crociate, cosi' da ottenere in un grande sforzo comune la vittoria di Lepanto, alla quale non poco avevano contribuito le galee del duca Emanuele Filiberto capitanate dal grande Andrea Provana. Pio V mori' in mezzo all’ardore della sua opera il 30 aprile 1572, e con lui, possiamo affermare, moriva, l’ultimo crociato. Pero' Emanuele Filiberto, comprese perfettamente che ripristinare gli ordini militari a scopo religioso sarebbe stato una sorta di anacronismo; ma d’altra parte si rese conto che sotto questi fini bene potevano dissimularsi scopi ed interessi politici e mondani di ben altra natura ed importanza. (Non a caso, Filiberto una volta ritornato signore del suo Stato, volse a fine politico il sentimento religioso ridestato da Pio V). Fra questi scopi il pensero del Principe si volse soprattutto alla concreta possibilita' di armare una flotta che gli desse predominio sui mari, e per far cio', stante le esauste finanze del suo Stato fece intervenire a suo sostegno i potenti beni ecclesiastici, dando alle sue imprese un’impronta religiosa. Pertanto con molta pazienza, aveva intavolato sotto i pontificati di Pio IV, Pio V, e Gregorio XIII le pratiche opportune per ripristinare l’Ordine di San Maurizio. Le sue richieste ai Pontefici erano precise, tant’e' che oltre alla decima sui beni ecclesiastici di cui gia' l’Ordine beneficiava, chiedeva che venisse accordato una seconda decima per riguardo alle galee della religione Mauriziana che egli avrebbe armato contro gli infedeli. La sua perseveranza e la sua insistenza espresse tramite Monsignor Vincenzo Parpaglia, abate di San Solutore e suo ambasciatore a Roma, alla fine fu premiata; infatti ottenne da Gregorio XIII una Bolla in data 16 settembre 1572, con la quale venne confermata l’erezione dell’Ordine militare e religioso di San Maurizio, sotto la regola Cistercense, la cui sede principale doveva essere nei domini della Casa Sabauda e Gran Maestro il Duca Emanuele Filiberto e i suoi successori, con l’obbligo di dotarlo di una entrata di quindicimila scudi. Veniva data facolta' al Gran Maestro di ammettere uomini nobili o famosi nel mondo per le loro virtu' e di fondare priorati e commende. I Cavalieri potevano sposarsi solo con donne vergini, rimasti vedovi era loro proibito risposarsi; loro obbligo era far voto di fedelta' coniugale e professione di fede. Con altra Bolla in data 13 novembre di quello stesso anno fu unito all’Ordine di San Maurizio, quello antichissimo di San Lazzaro, assoggettandoli entrambi, secondo il desiderio espresso dal Duca, alla regola di Sant’Agostino. In seguito il Pontefice, per la precisione nel gennaio del 1573, delego' Michele Bonelli, nipote di Pio V a recare al Duca le insegne dell’Ordine ed il seguente “Breve”: “Gregorio Papa XIII al diletto figlio suo, nobile uomo, salute ed apostolica benedizione. Abbiamo teste' creato la Milizia di San Maurizio dell’Ordine Cistercense, ed alla medesima abbiamo unita la Milizia di San Lazzaro, cosicche' le due formino un solo e medesimo corpo e si chiamino MILIZIA DEI SANTI MAURIZIO E LAZZARO; e Te ed i Tuoi Successori Duchi di Savoia abbiamo alla medesima preposto in dignita' di Grande Maestro, e Ti abbiamo concesso la facolta' di scegliere e dispensare le insegne che i Cavalieri debbano portare, come nelle nostre lettere e' piu' largamente detto. E noi volendoti compiacere, abbiamo giudicato di dover concedere per insegna della MILIZIA DEI SS. MAURIZIO E LAZZARO la Croce verde, antica insegna dei Cavalieri di San Lazzaro, insieme colla Croce bianca, nella guisa forma e colori che qui appresso si vede dipinta, e che Ti mandiamo per il diletto figliuolo Michele Bonelli, volendo che sia portato da Te e dai Tuoi Successori, Gran Maestri, e dai Cavalieri ai quali giudicheranno di dispensarla a lode di Dio, a propagazione della fede cattolica, ed esaltazione di questa Santa Sede. Perlocche' al venerabile fratello Gerolamo, Vescovo di Torino, Nostro Prelato assistente, commettiamo che consegni tale abito colla Tua nobilta' dopoche' avrai il giuramento nelle sue mani secondo la forma prescritta nelle nostre lettere di fondazione, e fatta la professione: la quale benedizione a Te ed al Tuo figliuolo diletto si degni confermare Colui che e' benedetto sopra tutte le cose.
Avra' poi cura il venerabile fratello, Arcivescovo prementovato, che si fatto giuramento che Tu presterai e la professione che farai siano messi in iscritto ed a Noi quanto prima inviati. Dato a Roma presso S. Pietro sotto l’anello piscatorio, il 15 gennaio 1573, 1° del nostro Pontificato” E’ importante evidenziare come sia stato abilmente composta una questione che era stata argomento di lunghe discussioni e negoziati. Il Papa e i Cavalieri di San Lazzaro desideravano che nel titolo del nuovo Ordine primeggiasse il nome del loro Santo Patrono, e che la Croce verde fosse percio' sovrapposta a quella bianca di San Maurizio. Le divergenze furono appianate – come si evince dal Breve – dando nella Croce il primo luogo a quella di San Lazzaro, ed il primo, nell’intitolazione dell’Ordine a San Maurizio. Emanuele Filiberto fece la professione solenne di fronte all’Arcivescovo Gerolamo Della Rovere, del Principe ereditario e di tutta la Corte; ed appena rivestito del Gran Magistero, nomino' Maestro delle cerimonie il sacerdote Sebastiano Deonato di Belba, ed i primi otto Cavalieri nelle persone di Galeazzo dei Marchesi di Ceva, Giovanni Antonio della Torre da Milano, Ippolito Valperga, Ascanio Bobba, Annibali de la Ravoire, Lodovico Decappo, Erasmo Galleani da Nizza e Annibale Cacherano di Osasco. Il giorno seguente (15 febbraio 1573) conferi' la onorata insegna al Principe di Piemonte suo figlio. Nel registro dell’Ordine egli e' annotato col numero cronologico 2 e le nuove nomine, che avvennero nello stesso mese di febbraio sono cosi' registrate:
22 febbraio - Oppicino Roero - Giuseppe Cambiano di Cuffia - Carlo Francesco di Lucerna
24 febbraio - Gaspare Porporato di Lucerna
25 febbraio - Filiberto di Savoia di Racconigi
27 febbraio - Galeazzo Trotti di Vercelli

Emanuele Filiberto, per l’ammissione all’Ordine, fisso' negli Statuti varie condizioni, delegando due dei Cavalieri a vigilare che fossero scrupolosamente osservate. I due Commissari, oltre ad ascoltare i testimoni giurati presentati dal candidato, dovevano assumere anche segrete informazioni sui seguenti requisiti: “Se nato di legittimo matrimonio, non abbia origini da Giudei, Marrani o Saraceni; non sia criminoso di lesa maesta' divina od umana; non sia colpevole di gravi delitti; non sia dotato d’infamia; sia sano e ben disposto di mente e di corpo; non sia minore di 17 anni; la sua persona non sia obbligata ad alcuno; non sia gravato di debiti; provi la nobilta' di quattro quarti, cioe' di padre, di madre, avolo ed avola paterni e materni, i quali abbiano sempre vissuto nobilmente, non abbiano fatto esercizio alcuno vile per il quale abbiano pregiudicata la nobilta'; che mostri l’arme sue e dei suoi, colorite; i testimoni siano nobili o almeno di buona vita, condizione e fama, e in difetto, si producan o scritture autentiche.” La severita' e la puntigliosita' di queste inchieste, meglio di ogni altro argomento rivelano quanto alta fosse la considerazione per questo Ordine nel concetto del Principe. Egli, infatti, mirava a formarsi intorno una milizia nobile ed eletta, a se' avvinta saldamente non solo dal legame della sudditanza, ma anche dal voto religioso. Comunque, non bisogna pensare che tutto fosse cosi' semplice come appare dalla lettura del “Breve”. Il rovescio della medaglia consiste nel fatto che il Duca Emanuele Filiberto per raggiungere il suo scopo dovette promettere al Papa di combattere contro i Turchi, di sgomberare i mari dai pirati e di tenere sempre pronte due galee per difesa e servizio della Santa Sede. Il Gran Maestro, quindi per mantenere fede a tale impegno, indisse un Capitolo generale a Nizza, e li' il Conte Cicogna di Milano, Gran Cancelliere dell’Ordine, spiego' lo scopo di quella riunione: “Il Duca, disse il Conte, ottenuta la fusione dei due Ordini voleva riordinare e stabilire la detta religione ad onore e gloria di Dio, esaltazione della fede cattolica e servizio della Santa Sede Apostolica e della Santita' Sua; per raggiungere meglio tale fine, aveva il Duca chiamato a se' quel maggior numero di Cavalieri che aveva potuto, per dare subito cominciamento all’impresa. E mentre altri venivano arrivando, aveva convocato loro per fare partire piu' presto le galee destinate e donate per uso ed esercizio loro e come campo da dimostrarvi valore e virtu', e loro convenientissimo a procacciarsi onore e premio; quindi a dividersi secondo le Province ed eleggere per ogni Provincia un Cavaliere che a nome di ciascuna conferisse col Duca, per risolvere cio' che meglio potesse farsi ad onore e gloria di Dio e mantenimento ed esaltazione di questa sacra religione e milizia.” Il Gran Maestro fece allora sapere ai Cavalieri, che a coloro i quali fossero andati quell’anno a prestare servizio sulle galee, il servizio militare sarebbe contato per due “carovane”; che le galee da lui prescelte erano la “Piemontesa” elevata al grado di capitana, e la “Margherita” (cosi' denominata dalla Duchessa), per trarne augurio di prospere sorti; infine che ogni galea doveva guarnirsi (a somiglianza di quelle dell’Ordine di Malta) di trenta Cavalieri, quaranta servi e settanta uomini di equipaggio, in modo che ciascuna avesse sempre centotrenta uomini atti a combattere. Il 5 maggio 1573, le galee, furono consegnate a Don Andrea Provana, Conte di Leini', nominato poco tempo prima Ammiraglio della Religione; ma dovendosi trattenere a Villafranca nell’interesse dello stesso Ordine, ne affido' il comando a Don Carlo Antonio Galleani, Vice Ammiraglio. Le due navi salparono da Nizza il 21 maggio, con a bordo il fior fiore dei Cavalieri fra i quali: Bernardino Nucorini, lucchese; Carlo Calmieri da Castelbolognese; Filippo Perondini; Inghiramo Inghirami da Prato; Babone dei Maldi da Faenza; Palario dei Tufi; Jacopo Brusolini da Pistoia; Tommaso Manese Albanese;Benedetto Borri da Cortona; Ferrante Frassia da San Marco in Ca labria; Fulvio Nofrio da Siena; Marc’Antonio Guazzuglio da  Pergola; Ondadei De Ondadei di Gubbio; Pier Santantonio di Mondorio; Tiberio Pica da Urbini; Stefano del Borgo; Dognano Arpiano; Giulio Castiglione questi ultimi tre milanesi; Domenico Sorrentini da Napoli; e tra molti altri Don Ferrante d’Avila romano; raccomandato direttamente al Duca dal Vescovo Garimberto, come persona esercitata al mare, valoroso e segnalato “siccome gli appare dalla punta del naso che rabbiosamente gli fu levata coi denti da un Cavaliere di Santo Stefano, che incontamente compro' si amaro boccone colla vita che a colpi di stoccate gli fu tolta da questo giovane.” Due giorni dopo le galee erano a Genova ed il 6 giugno ancoravano a Civitavecchia, dov’era stabilito che si sarebbero congiunte con quelle del Papa. A questo punto si apri' la questione ancora oggi controversa, su chi dovesse avere il primato, o meglio il comando della flotta, l’Ordine o la Santa Sede! Mentre la questione si agitava, il Vice ammiraglio Carlo Antonio Galleani, unite alle proprie, due galee pontificie, corse i mari di Sardegna e Corsica, e dopo aver dato la caccia a lungo ad una nave barbaresca, che aveva un enorme vantaggio di cammino e di forze, con opportune manovre finalmente la raggiunse e fece prigioniera, liberando sette cristiani prima predati e poi tenuti prigionieri. Subito dopo, mando' in omaggio a Carlo Emanuele Principe di Piemonte lo stendardo, le banderuole e le armi piu' degne requisite, affinche' egli adornasse il suo gabinetto di quelle prime prove del valore dei nuovi Cavalieri. Verso settembre, con l’approssimarsi dell’autunno e quindi con il mare non piu' agevole, le scorrerie solevano finire, per cui i Cavalieri pensavano gia' di tornarsene a casa, quando giunse un ordine del Papa sia alle proprie galee che a quelle Mauriziane di imbarcare a La Spezia altre truppe per portare aiuto a Don Giovanni d’Austria che con la flotta del Re di Spagna doveva recarsi a Tunisi per rendere il trono ad Hamid, che ne era stato spodestato dal terribile corsaro Ulucci-Ali', che in effetti altro non era che un rinnegato calabrese di nome Cicala. Ovviamente, si riaccese immediatamente la solita questione della precedenza e del comando della flotta, poiche' dovevano riunirsi alle Pontificie ed alle Mauriziane anche le galee della Religione di Santo Stefano. Per dirimere la questione intervenne direttamente il Pontefice; propose, con il consenso del Duca, che il comando fosse assunto dal celeberrimo Prospero Colonna, ed egli il 21 settembre fece la sua scelta inalberando solennemente la bandiera ammiraglia sulla capitana Mauriziana, con non poco risentimento e dispetto degli altri Ordini. Le galee salparono da Civitavecchia per Napoli, ed appena giunte accorsero a frotte gentiluomini ed avventurieri ansiosi di prendere parte all’impresa; tra essi, degno di menzione, c’era Marc’Antonio Colonna, fratello del comandante supremo della spedizione. Ora accadde che tutti questi intrepidi signori, ben sapendo che nelle battaglie la nave ammiraglia era sempre la piu' esposta agli impeti del nemico con nobile slancio tutti intesero salire a bordo della capitana Mauriziana, ovviamente ingombrandola dei loro voluminosi bagagli. La ressa che si creo' a bordo della nave fu tale che il Vice ammiraglio Galleani, fu in un certo senso obbligato a prendere drastici provvedimenti per garantire la sua stessa sicurezza. Infatti si oppose cosi' fermamente a quella sorte di invasione, che i due fratelli Colonna finirono per insultarlo alla presenza di molti Cavalieri. Galleani, che era uomo risoluto e vendicativo non si fece sopraffare dall’ira e ris pose con serenita': “non rilevo gli insulti, quando si tratta del mio dovere”, e mantenne con fermezza la sua determinazione. Prospero Colonna, stizzito dalla fermezza del Vice ammiraglio, levo' lo stendardo dalla capitana Mauriziana, e Marc’Antonio scrisse al Duca una lettera violentissima contro il Galleani. Nel grande bisticcio che si protrasse qualcun altro agiva, ed infatti giunse notizia che Don Giovanni d’Austria aveva risolto felicemente e da solo l’impresa Tunisina. A questo punto, tutto il grande apparato di naviglio, di armi e di uomini non aveva dunque piu' ragione d’essere; per cui gentiluomini e truppe furono licenziati, anche perche' l’inverno incalzante rendeva impossibile tenere il mare.Il Duca Emanuele Filiberto, lungi dal togliere la propria fiducia al Galleani, lo lodo' dellasua fermezza e dell’ammirabile sangue freddo dimostrato in quella spinosa circostanza, e preparandosi l’anno seguente la nuova “carovana”, diede nuovamente al Galleani il comando, violentando di fatto la volonta' del Papa, che per riguardo ai Colonna, gli serbava rancore. E’ giusto, daltronte non omettere che, tornate a Civitavecchia nel 1574 le due galee ducali, trenta Cavalieri si recarono a Roma a far atto di omaggio al Pontefice. Li presento' al Papa l’abate di San Solutore, ed il Cavaliere Castiglioni a Sua Santita' disse: “che tutti venivano mandati dal Duca di Savoia per dover ubbidire et servire a S.S. et per spargere il sangue in servitio della fede christiana et di S.S. et di quella Santa Sede”. Il Papa rispose esortandoli: “a voler haver animo di servire principalmente a N.S. Iddio et meramente per la conservazione della S. fede christiana et non per cupidita' di robba ne' di gloria mondana; et che lui pregherebbe Iddio che si degnasse darli prosperita' contro gli infedeli”. (lettera dell’abate di S. Solutore al Duca – 12 giugno 1574). Nonostante questi voti ed auspici, non si ha memoria di altre imprese compiute dalle galee Mauriziane che meritano speciale menzione.
 
ORDINE MILITARE E RELIGIOSO DEI SANTI MAURIZIO E LAZZARO
 
Il Galleani mori' quello stesso anno, 1574, ed il comando fu assunto dall’ammiraglio Andrea Provano; ma anche sotto questo valoroso ed espertissimo uomo di mare, gli annali dell’Ordine non registrano nessun altro fatto importante almeno sino al gennaio 1583, quando essendo stato riferito al Provano che alcune navi barbare avevano predato una barca d’Antibo e che erano poste in agguato alle isole di Yeres per aspettare nuove prede, mosse rapidamente a snidarle ed a sconfiggerle facendo due navi prigioniere.
 

Camp John Rich of Crone Felt Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - ambasciatore imperiale tedesco a l'Aia, 1679-1687
Francois Puget, ritratto di Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
 
Ma evidentemente era passato il tempo delle milizie religiose. L’entusiasmo sacro non le accendeva piu': restava il corpo, ma l’anima se n’era andata! Il figlio e successore di Emanuele Filiberto, Carlo Emanuele I avendo riportato una schiacciante vittoria sui Bernesi e Ginevrini, precisamente nel giorno consacrato a San Maurizio (15 gennaio 1589), ritenne fermamente che tale vittoria fosse stata concessa dal Martire alla sua Casa; percio' con Editto del 23 agosto 1603, ordino' che tutti i suoi sudditi guardassero da allora in poi a quel giorno come solennemente festivo; in seguito, su consiglio di Giulio Granier vescovo di Ginevra, e Francesco di Sales (che la chiesa piu' tardi ascrivera' nel novero dei suoi Santi), eresse una casa a Thonon che sotto il titolo di Nostra Signora della Compassione, fu ad un tempo missione e collegio.La direzione della pia casa venne affidata alla Milizia dei SS. Maurizio e Lazzaro, mentre Clemente VIII in segno della sua alta approvazione assegnava a quell’istituto le rendite di cospicui benefizi perche' meglio potesse attendere ai suoi nobili uffici. Non ancora soddisfatto, con Bolla del 10 settembre 1603 riconfermo' all’Ordine i privilegi concessogli da Pio V con la Bolla del 6 gennaio 1566 e gli dono' i beni gia' appartenenti ai Lazzaristi di Spagna, col patto pero' che l’Ordine non ne entrasse in possesso sino a che non si rendessero vacanti; condizione in ultima analisi delusoria, perche', infatti l’Ordine non ne pote' mai fruire, Infine e finalmente con una terza Bolla del 15 giugno 1604, il Pontefice riuni' all’Ordine i benefici di 26 chiese, erigendoli in commende, e questo in remunerazione delle spese sostenute dall’Ordine per l’invio di missionari nelle terre ribellatesi alla chiesa Romana per abbracciare la religione della Riforma. Da parte sua Carlo Emanuele apporto' qualche modifica, infatti muto' il manto di seta chermisina dei Cavalieri in un manto di zendado incarnato; volle che la bianca croce di San Maurizio fosse sovrapposta a quella verde e trifogliata di San Lazzaro, quale tuttora e'. Dopo accurate prove di nobilta' (com’era obbligo statutario imprescindibile) Carlo Emanuele I nel 1607 nomino' Cavaliere il celebre poeta Gio Battista Marino e nel 1608 il pittore Isidoro Bianco di Campione (Lugano). Il 1° marzo 1628 fondo' un Ospedale di carita' per ricoverare i mendicanti, i quali dovevano recarvisi processionalmente dalla Cattedrale; poi il 15 giugno 1631 ordino' ai poveri di ritirarsi nell’Ospedale della SS Annunziata da lui eretto sotto il titolo dei SS. Maurizio e Lazzaro Dopo la sua morte, nella pochezza di Carlo Emanuele II, sotto la reggenza di Madama Cristina, l’Ordine venne in deplorevole decadenza per la discordia della Reggente coi Princip  cognati. Tanto meno Carlo Emanuele II si curo' dell’Ordine quando fu in eta' ed in grado di farlo, tanto che lo stesso Ospedale Mauriziano fu occupato dai Carmelitani Scalzi, che lo tennero solo proforma riducendo a sei il numero dei letti. Alla morte di Carlo Emanuele, la Duchessa Reggente Maria Giovanna Battista, riguardando ai buoni frutti prodotti dalla casa di Thonon, si decise ad aprire ai convertiti delle valli di Lucerna e di Angrognia un rifugio nell’Albergo di Virtu', deputando a vegliare su tale istituto il Grande Ospitaliere ed il Grande Conservatore del Consiglio dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Vittorio Amedeo II con editto del 15 febbraio 1723, costitui' basilica dell’Ordine la magnifica chiesa di S. Paolo di Torino, costruita dal celebre architetto Lanfranchi ed in seguito resa insigne da nobili artisti che si cementarono con pregevoli pitture e sculture. Sotto Carlo Emanuele III il primo ottobre del 1750, fu eretta in commenda l’Abbazia Cistercense di S. Maria di Staffarla e data al Duca del Chiablese. Papa Benedetto XIV (1751) separo' dalla prepositura di Monte Giove (Gran S. Bernardo) e secolarizzo' tutte le chiese e i benefici situati negli stati del Re di Sardegna, e converti' buona parte dei beni in commende dell’Ordine Mauriziano, il quale, grazie alle cure prodigategli dagli ultimi Gran Maestri e dal Pontefice riprese l’antico splendore. Ed invero lo stesso Papa Benedetto XIV nel 1757 volle di propria mano ed in nome e per conto del Gran Maestro conferire il Gran Priorato dell’Ordine al suo pronipote Principe Giovanni Lambertini. Nel 1758 poi il Regio Demanio e la Mensa Vescovile d’Iglesias concessero all’Ordine l’utile dominio della penisola di S. Antioco, allora incolta, deserta, che ben presto, con le massime cure della Sacra Milizia sorsero i due villaggi di S. Antioco e di Calasetta con piu' di tremila abitanti i quali trasformarono le aride zolle in floridi terreni coltivabili. La Rivoluzione Francese, sferro' un terribile colpo all’Ordine che riparo' in Sardegna, unitamente ai Principi di Savoia; e li' continuo' a fiorire senza interruzione, ed anzi con lettere Patenti del 24 agosto 1803, Vittorio Emanuele I concesse all’Ordine Mauriziano la chiesa di Santa Croce in Cagliari dichiarandola Basilica Magistrale. E’ necessario adesso soffermarsi e tracciare seppure a grandi linee, le ragioni che indussero l’Ordine ad estendere la sua influenza fuori dal continente. L’azione dell’Ordine in Sardegna comincia ad avere una valenza solo dopo la meta' del secolo XVIII quando il Re Carlo Emanuele III nel dare gli ordinamenti per il regno di Sardegna (12 aprile 1755) estese all’isola il beneficio delle distinzioni dell’Ordine, ed ammise le facolta' di fondare ed erigere anche in quella lontana regione Commende Patronali. Verso lafine del secolo a seguito delle vicende politiche della Rivoluzione Francese, casa Savoia fu costretta a ritirarsi e ripararsi nei domini dell’isola e l’Ordine soppresso in Piemonte, visse seppur in modo ridotto in Sardegna, sino alla restaurazione del 1815. Tra le commende istituite in Sardegna la piu' importante, dove l’azione dell’Ordine si concentro' maggiormente fu quella della penisola di Sant’Antioco. S. Antioco, una piccola penisola a sud-ovest della Sardegna, antica colonia punica, gia' famosa sin dall’antichita' per la ricchezza delle acque, la fertilita' del suolo, la ricchezza di minerali, quasi priva di popolazione e desertica fu oggetto per il suo possesso di lotte e contestazioni tra l’Arcivescovo di Cagliari, il Fisco patrimoniale e la cittadina di Iglesias verso la meta' del XVIII secolo. Questa disputa duro' diversi anni e solo verso la fine del 1758 si arrivo' ad una soluzione della questione. L’Arcivescovo di Cagliari rinunzio' alla fine ai diritti sulla penisola, in favore del Re che ne cedette i diritti ed il dominio all’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. L’Ordine ebbe l’obbligo di introdurre una colonia sufficiente per trarre poi vantaggio dalla ricca e fiorente penisola, che necessitava solo di buona manodopera ed adeguate attrezzature per essere produttiva. Il primo insediamento con ben 38 famiglie proveniente dall’isola di Tabarca avvenne nel 1769; il trasferimento e l’insediamento con la costruzione di case per i coloni e di chiese ebbe un elevato costo che l’Ordine si sobbarco' sicuro che ne avrebbe in futuro tratto vantaggio, vista la ricchezza della penisola. Nel volgere di pochi anni, l’Ordine aggiunse alle prime, altre 56 famiglie di coloni piemontesi. A tutti i nuovi abitanti l’Ordine concesse una diaria, dapprima in grano e danaro ed in seguito soltanto in grano, l’importo sostenuto fu di 150 scudi al mese. Col passar degli anni l’impegno economico dell’Ordine lievito' ad oltre 200 mila lire annue, purtroppo non compensate dalle decime, dai tributi e dal reddito dei coloni, poiche' la maggior parte delle decime era riservata, per la convenzione della cessione della penisola alla Curia di Iglesias. Risulta evidente che l’onere della gestione della penisola era un peso troppo gravoso per l’Ordine, e per questo il Re adotto' alcuni provvedimenti mirati ad alleggerire tale peso. Infatti, Egli nel 1776 riservo' all’Ordine il diritto esclusivo della pesca del tonno nei mari adiacenti la penisola e nel dicembre del 1781 con Regio diploma concesse al Gran Magistero la giurisdizione sulla penisola di S.Antioco, nonche' l’utile dominio della Tonnara di Calasapone ed il diritto di pesca anche nei mari circostanti. L’Ordine a sua volta, con Diploma del 22 dicembre 1781 concedeva la Penisola in sub feudo enfiteutico al Capitano guardacoste Giovanni Porcile, gia' proprietario del diritto della Tonnara di Calasapone. Per contro il Porcile, assunse l’obbligo di gestire la Penisola con l’adempimento di ogni peso e di pagare dopo vent’anni un canone annuo di £ 3.000. Questo impegno fu troppo gravoso per il Porcile ed i suoi successori e solo dopo molte vertenze tra i coloni residenti, la famiglia Porcile e l’Ordine, il Re con proprio decreto del 17 aprile dispose che la penisola fosse restituita all’Ordine e trasformata in commenda Magistrale sotto l’alto patronato dei Re Generali Gran Maestri. Ma anche quest’ultimo atto non riusci' a sedare quei contrasti e quelle liti che si erano creati durante la dissennata gestione del Porcile. Tant’e' che l’Ordine decise di retrocedere dalla sua proprieta' avviando trattative con lo Stato per la cessione della commenda. Finalmente con atto 13 ottobre 1840 si stabili' che l’Ordine cedesse e trasmettesse alle Regie finanze del Regno di Sardegna il feudo e le rendite decimali di S. Antioco e di Calasetta, consistenti nella popolazione, terreni e la somma di circa lire piemontesi 114.785. Furono escluse dalla cessione la tonnara di Calasapone con i suoi diritti di pesca, ed il diritto della pesca dei pesci “bestini” e delle saline di Calasetta che rimasero di proprieta' e sotto la gestione dell’Ordine. Dopo alcuni anni anche le saline di Calasetta, con Regio Brevetto del 15 giugno 1844, passarono in proprieta' del Demanio del Regno previo pagamento all’Ordine di lire 6.000. Vi furono in questi anni anche trattative per la vendita della tonnara e della bestinara, ma con scarsi risultati; solo dopo molti anni, nel 1897, l’Ordine vendette alla ditta Morello e Larco, la tonnara di Calasapone e Perdas Nieddas per il prezzo di lire 100.000. Il nuovo secolo, quindi, vide una forte diminuizione della presenza dell’Ordine in Sardegna e col trascorrere degli anni e per alterne vicende tutti i beni furono alienati ad eccezione della Basilica Magistrale di Santa Croce in Cagliari che tutt’ora e' di proprieta' dell’Ordine Mauriziano.




Comunque la memoria e il rispetto della Sacra Milizia da parte dei piemontesi (sardi), mai si spense, ed infatti narrano le cronache del tempo che piu' di una gentil donna, si fregiava per ornamento muliebre della doppia mistica croce portandola appesa al collo come simbolo di una fede e di un amore che sopravvivranno ad ogni ostacolo, come augurio di migliori e piu' gloriosi destini. Pochi anni dopo riapparve quel terribile morbo che l’Ordine di San Lazzaro aveva strenuamente combattuto: la lebbra, che si credeva ormai vinta e fatta scomparire per sempre. Subito Vittorio Emanuele III, con Editto del 19 aprile 1773, volse le rendite della Prevostura di Monte Giove alla fondazione di un ospedale in Aosta, affinche' servisse di pronto riparo al dilagare del morbo. Fu scelto come sito dell’ospedale una vecchia Torre, la quale (forse perche' i valligiani vi collegavano storie fantastiche di paurose apparizioni di spettri) era chiamata la “tour de la frajeur” (la torre della paura). E quell’oscuro ed ormai fatiscente edificio, restaurato e santificato dall’opera di carita' dei Cavalieri Mauriziani fu reso famoso per sempre nell’allora mondo conosciuto dalla bellissima e commovente novella di Saverio de Maistre: “Il lebbroso della Valle d’Aosta”.

Quando poi, la Monarchia fu restaurata negli Stati di terra ferma, Vittorio Emanuele I, in ossequio ad un desiderio di suo padre, il 27 dicembre 1816, promulgo' le leggi e gli statuti dell’Ordine, gia' prima inediti e sparsi e li divise in tre libri. Il primo tratta dell’ammissione all’Ordine ed alle dignita' ed uffizi del medesimo (delle prove e della professione – degli obblighi dei Cavalieri – delle insegne – dei Cavalieri di Gran Croce e dei Grandi Ufficiali – dell’Auditore Generale – del Primo Segretario del Gran Magistero e del Maestro di Cerimonia – dell’Avvocato Generale Patrimoniale e degli altri ufficiali minori – del Consiglio dell’Ordine – delle dignita', uffizi e stabilimenti dell’Ordine fuori della sede Magistrale. Il secondo libro verte sulla giurisdizione contenziosa, volontaria e criminale dell’Ordine, sull’esercizio della stessa giurisdizione e sulle adunanze e deliberazioni del Consiglio. Il terzo libro tratta esclusivamente del regime economico. Quello che piu' interessa per la storia dell’Ordine e', che nei citati statuti, seguendo l’antica tradizione, i Cavalieri vennero distinti in due classi: di Giustizia e di Grazia.

L'UNIFORME DELL'ORDINE DEI SANTI MAURIZIO E LAZZARO

Uniforme mauriziana (fronte)

Uniforme mauriziana (retro)

Uniforme mauriziana

Code marsina uniforme mauriziana

Collo uniforme mauriziana

Feluca uniforme mauriziana

Fregio feluca uniforme mauriziana

Spalline uniforme mauriziana

Polsi uniforme mauriziana

Spalline e bottoni uniforme mauriziana

Spadino uniforme mauriziana

Si ringrazia il Cav Uff. Virgilio Ortelli per il materiale fotografico

I Cavalieri di Giustizia erano coloro ai quali una perfetta ed intatta nobilta' piu' che secolare creava una sorta di diritto all’ammissione all’Ordine.  I Cavalieri di Grazia erano coloro ai quali il Gran Maestro concedeva le insegne dell’Ordine in remunerazione di qualche servizio prestato allo Stato o al Monarca, senza riguardo allo loro posizione sociale, ma solo alla loro legittimita' e moralita'. La Collazione (conferimento dell’Ordine) dell’abito e della croce, si faceva col prescritto cerimoniale, da un Cavaliere di Gran Croce, espressamente delegato dal Gran Maestro, tra le solennita' della Messa, dopo aver fatto prestare dal candidato i tre voti di umile e fedele obbedienza al Gran Mastro, di castita' (almeno coniugale), di caritatevole ospitalita' verso i lebbrosi. Si prometteva inoltre (senza vincolo di voto) di osservare le regole dell’Ordine, di digiunare il venerdi' e il sabato di ogni settimana, di portare la divisa della croce per tutta la vita  (come gia' statuito negli Editti del 10 settembre 1619 e 2 giugno 1643) e di recitare il Salterio abbreviato ad onore di Dio, di Maria Vergine e dei Santi Protettori dell’Ordine. Per il resto si riportano le costituzioni gia' emanate da Emanuele Filiberto.  I Cavalieri di Gran Croce rappresentavano un grado piu' elevato nella schiera dei semplici Cavalieri, ed erano cosi' chiamati perche' portavano al collo una croce di dimensione maggiore dell’ordinaria, appesa ad un nastro verde; avevano la prerogativa di precedere in qualunque assemblea ogni altra persona, ad eccezione dei Primi Presidenti e Presidenti capi delle Corti di giustizia e venivano subito dopo i Cavalieri dell’Annunziata nelle processioni od altre funzioni religiose o civili. I mantelli, per tutti indistintamente i Cavalieri, a cominciare dal Gran Maestro, erano di seta chermisina e si diversificavano solo nei ricami, nello strascico e nella grandezza e materia della croce.

Le dignita' supreme dell’Ordine erano sette e precisamente:

  1. Il Gran Cancelliere (provvedeva agli affari legali e di giustizia);
  2. Il Gran Maresciallo (sovrintendeva agli affari delle armi in terra);
  3. Il Grand’Ammiraglio (gli spettava il comando in guerra delle navi dell’Ordine);
  4. Il Gran Priore (con giurisdizione vescovile);
  5. Il Gran Conservatore (sovrintendeva alle cure del patrimonio);
  6. Il Grand’Ospitaliere (gli era affidato il governo delle opere caritative ed ospedaliere);
  7. Il Gran Tesoriere (provvedeva agli interessi e all’amministrazione del patrimonio);

Tutte queste denominazioni altisonanti, forse faranno sorridere i lettori, ma questi titoli sono in realta' la cosa piu' seria che si possa immaginare, poiche' rispecchiano al vivo l’alto concetto in cui era tenuto l’Ordine, il quale dava lustro e pareva ingrandire tutto quanto fosse a se' pertinente. Non ci dilungheremo sull’esame dei tre libri di leggi e Statuti, anche perche' furono poi in gran parte abrogati o modificati dal Re Carlo Alberto e dai suoi successori, come vedremo in seguito. E’ indispensabile pero' ricordare che dopo la Restaurazione del 1815 furono ristabiliti quattro Ospedali dell’Ordine: uno a Torino, l’altro in Aosta, il terzo a Valenza ed il quarto a Lanzo.

L’Ospedale Maggiore di Torino aveva avuto la sua prima origine per opera di Emanuele Filiberto ed infatti il Duca promulgo' nel 1574 alcuni statuti per la fondazione di un Ospedale in Torino; nel principale di questi si legge: “La prima delle opere di carita' e' l’ospitalita'”. Nel nuovo ospedale – continua lo stesso documento – dovranno essere ricevuti “…non solo quelli che saranno dell’abito (cioe' i Cavalieri dell’Ordine) ma ogni altra sorta di infermi curabili che non avranno modo di aiutarsi acciocche' non si muoiano di necessita', ovvero di curabili che si riducono in infermita' incurabili con perpetua miseria”.  Il 27 aprile 1575 Emanuele Filiberto dona all’Ordine una casa nel quartiere di Porta Doranea in Torino (attualmente via della Basilica), prima sede dell’Ospedale Mauriziano; il piccolo ospedale inizia la sua attivita' di ricovero ridotta all’essenziale, se teniamo conto che il personale addetto era formato da: (come stabilito da un Regio Ordinato del 15 dicembre 1573 ) “un ospitaliero (con funzione di direttore), un infermiere, un maggiordomo, un medico, un cerusico, uno speziale, uno spenditore (con funzione di economo), uno scrivano, un cocho e due serve”; cioe' complessivamente undici persone. Nonostante l’uso dell’epoca prevedesse l’accoglienza in strutture ospedaliere solo degli ammalati giudicati curabili – l’unica eccezione era per i lebbrosi che potevano essere ricoverati in camere separate – e nonostante le ristrettezze dei mezzi, dello spazio e del personale disponibile, il piccolo ospedale inizio' a prosperare; beneficio' di lasciati e donazioni che permisero lentamente ma costantemente l’acquisizione di terreni edificabili adiacenti e di fabbricati confinanti che resero possibile l’ampliamento del nucleo originale sino a renderlo un ospedale complesso (alla fine del XVIII secolo si contavano 40 posti letto).

Curiosita' del tempo: i ricoveri erano riservati esclusivamente agli uomini; solo nel 1855 fu previsto un primo reparto per le donne. La dominazione napoleonica, sconvolgendo all’inizio del XIX secolo ogni istituto dell’Ordine, soppresse anche l’Ospedale Mauriziano – che fu aggregato all’Ospedale S. Giovanni Battista – e ne disperse la dotazione. Fu dopo il 1814, con il ritorno della Monarchia Sabauda in Piemonte, che si ripristino' l’ospedale nell’antico edificio: la riapertura avvenne il 15 gennaio del 1821 e per oltre un cinquantennio prospero', sino al punto che la disponibilita' dei ricoveri nel 1880 si attesto' sui 128 posti letto. In questa data l’espansione dell’ospedale aveva raggiunto il suo limite massimo, tant’e' che l’allora Primo Segretario dell’Ordine – Cesare Correnti – conscio dell’impossibilita' nell’apportare nel vecchio ospedale nuovi ampliamenti, sottopose al Re Umberto I un progetto di costruzione per un ospedale che rispondesse alle nuove esigenze della scienza medica, Il Re accetto' la proposta e iniziarono tutte le procedure per la costruzione, utilizzando, forse per la prima volta, esperienze e professionalita' diverse per raggiungere il massimo risultato. Infatti al progettista ingegner Ambrogio Peringioli, fu affiancato il dottor Giovanni Spentigati, esperto e studioso della scienza sanitaria e ospedaliera, che con la sua collaborazione alla redazione del progetto e l’assidua assistenza in fase di attuazione, garanti' la perfetta realizzazione di tutti gli aspetti tecnici-sanitari che portarono indiscutibili vantaggi sotto il profilo dell’utilizzo delle strutture. L’idea della costruzione di un nuovo grandioso ospedale investi' l’intero Ordine, diventando ben presto priorita' assoluta e consapevolezza che, per la realizzazione, bisognava raccogliere e concentrare tutte le risorse disponibili, anche a discapito di altre pure importanti attivita'. Scelto il sito di costruzione (al tempo corso Stupinigi) la posa della prima pietra avvenne l’11 novembre 1881. L’intero edificio fu completato nel 1884, mentre l’apertura definitiva con il ricovero degli ammalati avvenne un anno dopo: il 1° luglio 1885 fu inaugurata la nuova sede dell’Ospedale Mauriziano di Torino, intitolato al Re Umberto I. Il costo complessivo dell’opera, comprensivo dell’acquisto del terreno edificabile, della costruzione dell’edificio e dell’acquisto degli arredi e delle attrezzature sanitarie ammonto' a cieca tre milioni di lire. Dal 1885 in poi il nuovo Ospedale Mauriziano ha subito molte trasformazioni e ampliamenti, pur mantenendo l’aspetto esterno originario, sviluppandosi su tre piani di cui uno interrato. Il primo significativo ampliamento fu realizzato ventotto anni dopo l’apertura, con l’inaugurazione del nuovo padiglione Mimo Carle, avvenuta il 16 settembre 1913 alla presenza di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena. Il padiglione destinato alla diagnosi e cura delle malattie dell’apparato digerente, progettato dall’architetto Giovanni Tempioni, si inserisce perfettamente nel complesso dell’edificio per l’identico stile architettonico. Di seguito si riporta la Lapide eretta a futura memoria dell’evento.

ANTONIO CARLE
NELLA SCIENZA E NELL’OPERA DEL CHIRURGO
INSUPERATO MAESTRO
DECORO E GUIDA DA LUNGHI ANNI
DELL’OSPEDALE MAURIZIANO UMBERTO I
ERESSE
CON PROPRIA LIBERALITA’
QUESTO PADIGLIONE
PERCHe' IN ESSO LE MALATTIE DEGLI ORGANI DIGERENTI
TROVINO SAPIENTE CURA
GRATUITA PER I POVERI
VIGILE E AMOROSA PER TUTTI
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ORDINE MAURIZIANO
PER SOVRANO VOLERE
DI VITTORIO EMANUELE III
ESSENDO PRIMO SEGRETARIO DI S.M.
PAOLO BOSELLI
ACCOLSE GRATO IL GENEROSO DONO
E PROVVIDE A PERPETUARNE E BENEFIZI
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L’inaugurazione avvenne
Il 16 settembre 1913
E la rese memorabilmente solenne
L’Augusta presenza
Del Re e della Regina d’Italia


L’apertura del nuovo padiglione aumento' i posti letto in modo considerevole e si passo' dai 246 letti del 1912 ai 286 del 1913. La nuova struttura ospedaliera contribui' inoltre ad accrescere costantemente gli spazi di ricovero riservati alle donne. Come si e' detto l’antico ospedale di via della Basilica apri' un piccolo reparto per le donne solo nel 1855, che tuttavia si accrebbe lentamente ma costantemente; nel 1886, con il nuovo ospedale, il divario tra ricoveri maschili e femminili ando' man mano diminuendo, fino ad essere quasi del tutto colmato intorno al 1913. Quanto anzi detto e' confermato dalla tabella contenuta in un testo dedicato, tra l’altro, all’attivita' dell’Ospedale Mauriziano e pubblicato nel 1917, che qui si ripropone:

RICOVERI ANTICO OSPEDALE
ANNO 1884 UOMINI 1341 DONNE 449
RICOVERI NUOVO OSPEDALE
ANNO 1886 UOMINI 1114 DONNE 465
1897 “ 1388 “ 969
1911 “ 1488 “ 1183
1913 “ 1524 “ 1334

All’incremento dei posti letto nel corso degli anni, corrispose un considerevole aumento di personale medico, sanitario e tecnico-amministrativo che si evidenzia dalle cifre indicate dalle spese per il personale, quasi quadruplicate dal 1884 (£ 23.048,94) al 1913 (£ 111.947,70). Le undici persone che nel 1575 erano sufficienti a garantire il funzionamento dell’antico ospedale erano, infatti salite a 124 nel 1913 cosi' suddivise: personale sanitario (medici, chirurghi, primari, assistenti) 23; personale delle suore assistenti, 27; personale inserviente (infermiere, vigilatrici, notturne e amministrativi) 74. Sostanzialmente tale situazione rimase costante sino allo scoppio del Primo Conflitto Mondiale.

Di quello di Aosta, gia' accennato precedentemente, aggiungiamo solo che da questo ospedale dipendeva l’Ospizio del Piccolo San Bernardo, che fu oggetto di speciali cure da parte di Carlo Felice e Carlo Alberto, con immenso beneficio ai viaggiatori e agli scambi commerciali, ricoverando annualmente piu' di 12.000 passeggeri, i quali a spese dell’Ospedale venivano confortati di cibo e di pernottamento. In questo modo l’Ordine Mauriziano, nella grande e frequentatissima citta', nella profonda valle, tra le nevi delle Alpi continuava la sua sublime tradizione di carita', salvando vite umane dalle malattie, ed alle gelide tormente, portando agli infermi ed ai diseredati un importante conforto.

Quello di Valenza fu fondato nel febbraio 1780 coi beni legati all’Ordine Mauriziano dalla Marchesa Delfina del Carretto di Monbaldone, attraverso un suo esplicito testamento datato ottobre 1776, che al netto dei debiti consisteva in quattro cascine tutte situate nel territorio di Valenza per un valore complessivo valutato in £ 81.541,62; di un prestigioso palazzo sempre in Valenza con annesso un modesto corpo di caseggiato detto il “Casino” il tutto per un valore di £ 28.200. Alla gia' cospicua dotazione su descritta, che rese possibile l’idea della realizzazione di un ospedale, si aggiunsero due case in Valenza ed alcuni censi e rendite ceduti all’Ordine dalla Compagnia del SS. Sacramento. Sulla base di tale dotazione complessiva, quattro anni dopo l’eredita' della Marchesa, il Re Vittorio Amedeo III, determino' con Regi Magistrali Patenti del 26 maggio 1780, l’apertura provvisoria di un’infermeria di complessivi quattro posti letto nella casa denominata “Casino”. Ben presto pero', ci si rese conto dell’inadeguatezza dei suddetti locali ai bisogni degli infermi, e pertanto S.M. autorizzo' con Regie M. Patenti del 14 settembre 1781, l’acquisto di un edificio piu' adatto alle funzioni di ospedale. In breve tempo si adatto' il nuovo edificio e solo dopo pochi mesi per l’esattezza il 1° febbraio 1782, l’ospedale fu inaugurato ed inizio' la sua attivita' con una dotazione di 6 posti letto. Nel volgere di circa tre anni si aggiunsero ai primi altri 2 posti letto. Questa situazione resto' immutata per piu' di quarant’anni, sino a quando nel 1825 venne deciso dal Gran Magistero dell’Ordine la costruzione di un nuovo ospedale. Anche questa volta si preferi' ad una costruzione ex novo l’acquisto di un fabbricato per poi riadattarlo ad ospedale. I lavori di trasformazione e riattamento durarono dal 1826 al 1829. Nel 1830 il nuovo ospedale della citta' di Valenza funzionava a pieno regime con ben 24 posti letto. Si riporta qui appresso una sintetica tabella sul progressivo aumento dei letti nel periodo che va dal 1782 al 1910.

ANNO            LETTI
1782                6
1795                8
1830                24
1840                28
1856                30
1876                37
1890                38
1910                42

L’Ospedale di Lanzo sorse nel 1769 per opera del Conte Cacherano Osasco della Rocca, Cavaliere dell’Ordine dell’Annunziata, il quale lo pose sotto la protezione dei Cavalieri Mauriziani. Le risorse disponibili elargite dal Conte, assommate ad alcuni lasciti, a dire il vero assai modesti, garantivano a mala pena di due al massimo tre posti letto. Una svolta a questa situazione che permise l’ampliamento dell’ospedale venne dalla magnanimita' del Marchese Brignoli ex Maresciallo dell’Ordine, che dispose una elargizione in denaro stabilita in £ 1200 annue dal 1830 al 1849. Ma il vero fautore dell’ampliamento e dell’ottimo funzionamento dell’ospedale si deve alla ferma decisione dell’Ordine Mauriziano che investi' costanti e cospicue somme sino all’inizio della seconda meta' del XIX secolo dotando l’ospedale di ben 12 posti letto. La vera svolta per l’ospedale si deve alla volonta' di Vittorio Emanuele II, che nell’anno 1852 diede disposizione di costruire un nuovo maestoso edificio, progettato dall’architetto Mosca con una capacita' di 24 posti letto. Successivamente i letti aumentarono progressivamente a partire dal 1856 in poi sino ad arrivare a 31 nel 1864. Nello stesso anno entro' in funzione “l’ospizio Vittorio Emanuele” per i malati cronici delle valli di Lanzo, in un edificio autonomo ma annesso all’ospedale e che dopo pochi anni ebbe come dotazione 12 letti, di cui 8 destinati agli uomini e 4 alle donne.



In questa breve rassegna e' doveroso fare almeno un cenno sull’Ospedale Mauriziano di Lucerna. Il primo provvedimento per la sua realizzazione risale al 22 dicembre 1843, quando il Re Carlo Alberto, con R. M. Patenti ordinava, che nelle valli di Lucerna venisse eretto un Ospizio per gli ammalati acuti ed un ricovero per i cronici, riservandosi di allestirli e dotarli di tutte le attrezzature necessarie per il suo funzionamento. In vero, questo proponimento resto' pura intenzione; Carlo Alberto non lo concretizzo'. La costruzione, seppur di un modesto ospedale veniva deliberata solo dopo circa 10 anni dal suo successore Vittorio Emanuele II. L’ospedale fu inaugurato il 14 giugno 1855, con una dotazione di 12 letti. Essi aumentarono a 16 nel 1865, a 20 nel 1874 per attestarsi a 22 all’inizio del nuovo secolo. S.M. Carlo Alberto, nel primo anno del suo regno, dedico' le sue attenzioni all’Ordine Mauriziano, tant’e' che con Regie Magistrali Lettere Patenti del 9 dicembre 1831, pubblicate il 18 dello stesso mese ed anno, lo richiamo' alle severe e pure linee della sua origine, inserendolo, per quanto compatibile, nelle nuove e piu' moderne esigenze della societa' civile e del pensiero umano. Ecco cosa dicono le suddette Lettere Patenti: “…Considerata la maniera piu' accomodata ad illustrare sempre piu' l’Ordine, parve a Noi di poter principalmente soddisfare a questo Nostro voto col ritirare alla sua origine la pia istituzione dell’Ordine in quanto i tempi lo comportano; col porre alcune novelle condizioni per l’ammissione dei suoi Membri; coll’aggiungere un novello fregio e una maggiore onoranza a coloro che da Noi verranno chiamati a vestirne le maggiori divise. Abbiamo percio' avvisato di estendere in diverse guise e ravvivare quelli offici di umanita' e di cristiana carita', che formarono il dovere principale degli antichi Cavalieri; di segnalare in tale maniera le ragioni delle novelle nomine, che mentre resta come d’apprima aperta ad ogni sorta di merito la via di aspirare a quell’onore, siano anche distinti quei gradi di pubblico servizio nei quali venga il tempo di conseguirlo; di accrescerlo infine di una novela classe, affinche' in questa Milizia, nella quale la condizione primaria dell’ammissione e' condizione tale che racchiude ogni maniera di virtu', ci sia dato di innalzare ai supremi onori anche quelle persone, che meritando di Noi in modo singolare per luminosi ed importanti servigi, non riuniscano in se' quelle condizioni che sono richieste dalle leggi degli altri Ordini Cavallereschi”.

L’Ordine venne quindi, diviso in tre classi:

  1. Di Cavalieri, in numero indeterminato, distinti come prima in Cavalieri di Grazia e Giustizia, con l’obbligo dei voti e della professione solenne soltanto a questi ultimi, o a quei Cavalieri di Grazia che erano titolari di pensioni o commende dell’Ordine.
  2. Di Commendatori in numero massimo di cinquanta. Si designavano in questo modo, un tempo, i Cavalieri che usufruivano di commende di famiglia. Ora tale nome indica un piu' distinto grado nell’Ordine. I Commendatori portano la croce sormontata dalla corona reale appesa al collo con un largo nastro di color verde.
  3. Di Cavalieri di Gran Croce in numero di trenta. Essi portano la Gran Croce sormontata dalla corona regale, pendente da una fascia che attraversa sopra il vestito a mo’ di sciarpa ad armacollo dal lato destro al sinistro. Gli ecclesiastici ed i magistrati quando esplicano le loro funzioni, la portano appesa al collo con sciarpa di uguale larghezza. Portano, sia gli uni che gli altri sul petto, a sinistra, una stella a raggi d’argento con la croce nel mezzo. E’ importante sottolineare che nel numero di trenta Cavalieri di Gran Croce, come sopra descritto, non si computavano i Principi di sangue, i Cavalieri dell’Annunziata, i personaggi stranieri e gli ecclesiastici onorati di tali insegne.

Alle piu' alte dignita' dell’Ordine non poteva essere elevato chi non era Gran Croce, ed il Primo Segretario doveva essere almeno Commendatore. L’intera estensione dell’Ordine negli Stati Sardi era ripartito in nove province: Torino, Aosta, Savoia, Genova, Novara, Nizza, Alessandria, Cuneo, Sardegna. In ciascuna di questa province (le quali comprendevano le divisioni militari secondo il rispettivo nome) un Cavaliere di Gran Croce o un Commendatore col titolo di Capo della Provincia era a capo di tutti i Cavalieri di Gran Croce, Commendatori, Cavalieri, Ufficiali ed impiegati dell’Ordine. Suo dovere precipuo era vigilare su di essi e renderne conto al Primo Segretario del Gran Magistero, perche' a sua volta ne ragguagli il Consiglio. Le funzioni esercitate nell’Ordine dagli insigniti di una delle decorazioni o dignita', venivano ricompensate attraverso l’elargizione di commende o pensioni. Furono inoltre aboliti tutti i diritti ed emolumenti, salari ecc. che pagavano direttamente i Cavalieri in occasione della loro ammissione o professione, volendo il Re che tutte le spese fossero a carico dell’Ordine. Con Provvisione del 26 ottobre 1838 fu concesso ai Cavalieri Gran Croce di portare (fuori dalle grandi solennita' ufficiali) una catenella a piccole piastre quadrate alternate d’oro con la scritta di S.M. in smalto verde, con la piccola croce coronata pendente dalla medesima, oltre alla tracolla sulla sottoveste (R. Viglietto del 2 marzo 1832). Infine Carlo Alberto provvide al costante e progressivo ingrandimento degli Ospedali dell’Ordine ed alla fondazione di nuovi. Per capire ed apprezzare quanto l’Ordine fosse restio e selettivo nell’accogliere nelle sue fila i Cavalieri elenchiamo di seguito i seguenti dati: alla fine del 1768, cioe' dopo 255 anni di esistenza, esso annoverava solo 2400 cavalieri, e che i Cavalieri di Gran Croce creati dal 1593 al 1831 (epoca della riforma Albertina) erano stati solo 686.  Uomo di grande sensibilita' ed intuito Carlo Alberto non si lascio' sfuggire un dato importantissimo per l’epoca, e cioe', che accanto alla nobilta' del sangue, ve n’era un'altra nel mondo alla quale la gloria non discendeva dal sangue, ma portava in se la sua grandezza e la sua forza, che equivale a dire: il merito personale. Ed infatti nel gennaio 1833 concesse la croce dei SS. Maurizio e Lazzaro all’avvocato Giacomo Givanetti da Novara, insigne giurista; concesse il titolo di commendatore all’astronomo Giovanni Plana; e la concesse ad Amedeo Lavy ed al venerando canonico Giuseppe Cottolengo. Molti Cavalieri gridarono allo scandalo, pareva ad essi quasi una mostruosa intrusione quella di questi “parvenus” nelle fila della Sacra Milizia; ma il Re li lascio' gridare e poco si curo' di loro. Infatti accolse intorno a se, seppur gradualmente quella recente nobilta' della quale, sicuramente meglio dell’antica, il suo regno traeva gloria e vantaggio. Carlo Alberto, stabili' con Magistrale Viglietto 19 maggio 1837, per gli iscritti all’Ordine un’uniforme di foggia militare. Il colore scelto era di un verde scuro con risvolti bianchi e con ricami che variavano secondo l’elevatezza del grado. Va pero' rilevato che non tutti i decorati avevano diritto di indossare questa divisa, in quanto per farlo era necessaria una speciale autorizzazione del Sovrano. Colui che desiderava ottenere la concessione doveva rivolgere formale domanda al Primo Segretario dell’Ordine, il quale sottoponeva al Sovrano il relativo Decreto.  Le prime due classi erano ammesse direttamente a Corte. Mentre la terza dei semplici Cavalieri vi era ammessa solo quando il decorato otteneva il privilegio di vestire la suddetta divisa, oppure se occupava (a norma delle Patenti del 12 marzo1841) certe alte cariche ricevute per meriti speciali espressamente indicate nelle Patenti richiamate.  Con ulteriori Patenti del 2 maggio 1838, Carlo Alberto adatto' le distinzioni del mantello dell’Ordine alla nuova divisione in tre classi; il mantello del Gran Maestro era di velluto chermisino con la ripiegatura di listone d’argento ricamato in oro, quello dei Principi reali era di raso, con uguale listone ma con minori ricami, gli altri erano di taffetta' e notevolmente piu' semplici.

Ma il Re “Magnanimo” non si limito' a queste modifiche di forma in favore dell’Ordine del quale amava intitolarsi “Generale Gran Maestro tanto di qua che di la' dei mari e per tutto il mondo”, oltre a molte altre provvidenze, con Decreto del 22 dicembre 1843 fondo' a Torre di Lucerna un Ospizio per gli infermi di malattie acute con un ricovero per cronici ed un albergo per l’insegnamento religioso e di arti e mestieri.  Infine ci sembra opportuno menzionare un’altra alta onorificenza istituita dal Re Carlo Alberto che solo pochi eletti ebbero il pregio di conseguire. Stiamo parlando della Medaglia Mauriziana per il servizio militare di dieci lustri. Riportiamo di seguito il testo delle Regie Patenti del 19 luglio 1839.

Art. 1
Una medaglia d’oro sara' coniata dalle nostre zecche, con l’efficie e questa da una parte del glorioso Martire San Maurizio, e con la leggenda: “SAN MAURIZIO PROTETTORE DELLE NOSTRE ARMI”, e dall’altra con l’iscrizione seguente che racchiuder deve il nome ed il prenome del DECORATO, cioe' al “CAVALIERE MAURIZIANO N.N. PER DIECI LUSTRI NELLA CARRIERA MILITARE BENEMERITO.

Art. 2
La medaglia sara' di due diverse dimensioni e sara' sostenuta da un nastro della medesima qualita' e colore, che il nastro dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Art. 3
La medaglia di maggiore dimensione e' destinata per quei Decorati che hanno il rango di Uffiziali Generali; essi la porteranno sul petto appesa a modo di collana. Tutti gli altri uffiziali di qualunque rango siano ed a qualsivoglia Classe dell’Ordine appartengano, porteranno la medaglia di minor dimensione, ed appesa con picciol nastro all’occhiello dell’abito.

Art. 4
La medaglia sara' a spese del Tesoro della Sacra Religione ed Ordine Militare dei Santi Maurizio e Lazzaro, e rimarra' in proprieta' del Decorato, onorevole memoria pe’ i suoi discendenti.

Art. 5
Sara' denominata “MEDAGLIA MAURIZIANA PEL MERITO MILITARE DI DIECI LUSTRI”.

Art. 6
Potranno aspirare a conseguirla i solo Cavalieri dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, a qualunque delle tre Classi equestri appartengono, siano di GRAZIA o di GIUSTIZIA, PROFESSI o non PROFESSI, i quali dopo cinquant’anni di meritevole militare carriera si troveranno tuttora in attivita' del Regio militar servizio.

Art. 7
Il giorno d’ingresso nella militar carriera, dal quale misurar si denno gli anni cinquanta, sara' lo stesso che viene stabilito dai militari provvedimenti per regolare le giubilazioni.

Art. 8
Quei Cavalieri che potranno aspirare all’onore di questa Medaglia, dovranno per conseguirla, far ricorso a Noi, per mezzo del Nostro Primo Segretario del Gran Magistero, producendo i titoli giustificativi della durata e merito della loro carriera, muniti del Visto del Primo Nostro Segretario di Guerra e Marina.

Art. 9
La concessione di questa Medaglia sara' fatta per Regio Magistral Diploma da spedirsi dalla Regia Segreteria del Gran Magistero, senza verun diritto, emolumento menoma retribuzione, come si spedisce qualunque altra provvisione equestre, a senso dell’art. 36 delle Magistrali Patenti 9 dicembre 1831.

Art. 10
Firmato e debitamente spedito che sia il Diploma, la Medaglia sara' dal Nostro Primo Segretario del Gran Magistero, in nome Nostro, consegnata al Cavaliere in persona che l’avra' ottenuta, ovvero, pel caso di assenza o di legittimo impedimento, a quel Cavaliere che, munito di speciale procura, si presentera' per riceverla. Atto della consegna sara' steso nelle consuete forme ed a tergo dello stesso Diploma debitamente trascritto.

Art. 11
Copia autentica, tanto del Diploma che dell’atto di consegna summentovato, sara' dalla Segreteria del Gran Magistero presentata al Consiglio dell’Ordine, che fara' tosto rimborsare all’Amministrazione centrale delle Nostre Zecche il valore della Medaglia, il quale sara' giustificato con apposita attestazione dell’Amministrazione in capo delle medesime. I criteri per l’assegnazione di questa altissima ricompensa per l’esercito furono integrati e modificati da successivi R. Decreti del 1894, 1902, 1909.

R.D. 20 dicembre 1894 art. 1
Le campagne di guerra concorreranno a formare i 50 anni richiesti pel conseguimento della Medaglia Mauriziana in aggiunta agli anni effettivi di servizio. Le campagne saranno computate nella misura stabilita dalle leggi sulle pensioni. Per i Cavalieri Mauriziani che appartengono alla Marina, oltre le campagne di guerra di cui sopra, concorreranno a formare i dieci lustri, gli anni da essi passati su Navi armate od in riserva, nella misura d  un quarto del loro numero totale.

R.D. 25 settembre 1902 art. unico
Il periodo di dieci lustri di militar servizio attivo richiesto per il conseguimento della Medaglia Mauriziana si riterra' compiuto quando ne saranno trascorsi oltre sei mesi dall’ultimo anno.

R.D. 12 gennaio 1909 art. 1
Non potranno concorrere a formare i dieci lustri di militare che danno titolo ad aspirare al conseguimento della Medaglia Mauriziana, gli anni trascorsi negli studi Universitari antecedentemente all’arruolamento, dagli ufficiali cui tale periodo di tempo, a mente della legge 14 luglio 1907, viene computato come servizio utile alla liquidazione della pensione.

 

Vittorio Emanuele II, pur impegnato nelle gravi ed impellenti cure dello Stato, dopo il disastro militare di Novara che travolse il padre, non trascuro' l’Ordine Mauriziano. Il primo importante provvedimento lo prese il 18 ed il 24 febbraio 1850 abolendo i fedecommessi, le primogeniture, i maggioraschi e le commende di patronato familiare dell’Ordine. Con Regi Decreti del 28 novembre e 14 dicembre del 1855 l’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro venne distinto in quattro ed in seguito in cinque classi: Cavalieri di Gran Croce, Commendatori di prima classe, di seconda classe, Ufficiali e Cavalieri. Con successivi Decreti del 1858, l’Ordine allargo' la carita' verso i poveri, l’ospitalita' verso gli infermi e i lebbrosi fine speciale ed originario dell’Ordine di San Lazzaro. Sua Maesta', dichiaro' inoltre di promuovere il divino culto e la fede cattolica, di sussidiare la pubblica istruzione, di premiare con decorazioni e pensioni i servigi militari e civili resi allo Stato, e di elargire beneficenze in tutti i luoghi dove insistono i propri possedimenti ed Ospizi. Vittorio Emanuele II, volle con grande determinazione che l’Ordine mantenesse integra la sua fama, e pertanto rese ancora piu' rigido e ristretto il numero e la qualita' dei decorati. Ed infatti con Decreto 20 febbraio 1868 regolo' la distribuzione delle decorazioni dell’Ordine, secondo i gradi delle persone, la qualita' dei servigi resi o per le personali benemerenze. Fisso' inoltre le norme per promuovere i Cavalieri da una Classe all’altra, e riservo' a se stesso (senza escludere l’iniziativa ministeriale) la prerogativa di compensare i meriti personali, indipendentemente del grado occupato nella gerarchia dei pubblici uffici, quali ad esempio i meriti scientifici, letterari, artistici; le scoperte e le invenzioni, la diffusione dell’istruzione e dell’educazione popolare, le insigne opere di beneficenza, i servigi resi all’umanita' intera, ma soprattutto quelli resi alla Patria. Il numero dei decorati venne fissato in 60 per i Cavalieri di Gran Croce, in 150 per i Grandi Ufficiali, in 500 per i Commendatori, in 2000 per gli Ufficiali, restando indeterminato quello dei Cavalieri. Il conferimento delle decorazioni al di fuori dei casi di nomine straordinarie per motu proprio, venne fissato a due volte l’anno: nel giorno dei San Maurizio (15 gennaio) e nel giorno della festa dello Statuto. Fu anche stabilito che in caso di cambi di decorazioni con potenze estere la Stella di Grande Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro sarebbe reputata avere un valore uguale al Gran Cordone di uno degli Ordini minori delle potenze estere, e che sarebbe privato della decorazione chiunque, per un fatto legalmente accertato, avesse mancato all’onore o propugnato interessi antinazionali. I Decreti per concessioni di decorazioni o pensioni Mauriziane dovevano essere sottoposti alla firma del Re direttamente dai Ministri dirigenti i Dicasteri presso i quali appartengono i candidati, o dal Primo Segretario del Gran Magistero quando si tratta di servigi resi all’Ordine. Mentre per le pensioni di ricompensa ai decorati, l’Ordine assegnava ogni anno una nuova somma che corrispondeva a quella rimasta disponibile per l’avvenuto decesso di Cavalieri provvisti di pensione. Il fondo annuale destinato ad essere convertito in pensioni di ricompensa e quello stanziato per concorso della dotazione dell’Ordine Civile di Savoia sono limitati dalle Patenti del 1851 al quarto del bilancio attivo dell’Ordine.


ORDINE COSTANTINIANO DI SAN GIORGIO DI PARMA

All’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, con Regio Decreto 1° settembre 1860 fu aggregato il patrimonio dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio di Parma. Si aggiunse in tal modo un altro cospicuo nucleo di beni nei territori di Parma e di Reggio a quelli gia' posseduti dall’Ordine. Il patrimonio dell’Ordine Costantiniano, oltre ai tenimenti agricolo comprendeva il possesso con i suoi diritti ed oneri della Magistrale Chiesa della Steccata in Parma, preziosissimo monumento artistico dichiarato Monumento Nazionale. Va evidenziato che l’amministrazione di questo patrimonio, pur facendo parte integrante di quella Mauriziana, era nei suoi aspetti e risultati economici distinta e separata, in quanto tutti i redditi erano interamente destinati ed impegnati a beneficio delle istituzioni locali di quella regione. L’origine dell’Ordine Costantiniano e' sicuramente Bizantina, la leggenda lo fa risalire all’Imperatore Costantino ed alla misteriosa visione della Croce che gli annuncio' la vittoria; molto verosimile invece e' che la sua fondazione puo' essere attribuita all’Imperatore Isacco Angelo Commeno; in seguito il suo Gran Magistero fu ceduto a Francesco Farnese duca di Parma ed ai suoi successori in perpetuo che furono i Borboni di Parma e di Napoli. Anch’esso come l’Ordine Mauriziano fu abolito dalle conquiste Napoleoniche, ma dopo la Restaurazione, ne assunse il Gran Magistero l’Arciduchessa Maria Luisa di Parma il 26 febbraio 1816, e nello stesso tempo anche il Re di Napoli si proclamo' Gran Maestro. Capo generale Gran Maestro dell’Ordine e' Sua Maesta' il Re. L’amministrazione superiore economica del patrimonio, le retribuzioni e le attribuzioni al personale dell’Ordine e l’alta direzione delle Opere pie che ne dipendono sono affidate al Primo Segretario per il Gran Magistero, il quale concentra in se le funzioni che erano una volta del Gran Conservatore, del Gran Cancelliere e del Gran Spedaliere. Il Tesoriere Generale soprintende al controllo generale di tutto cio' che riguarda direttamente il tesoro.
Il Consiglio dell’Ordine e' chiamato a dare il suo voto per le decisioni piu' importanti, cooperando cosi' al buon andamento dell’amministrazione, del quale sorveglia piu' particolarmente gli interessi.
Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX l’azione dell’Ordine si ando' gradualmente trasformando, assumendo sempre piu' quel carattere di modernita' che consentira' ad esso la sopravvivenza. Infatti pur restando alle sue piu' belle e gloriose tradizioni secolari, attua sempre con piu' convinzione il concetto dell’assistenza ospedaliera e dell’assistenza sociale nelle varie forme, dal soccorrere gli indigenti alla fondazione e al mantenimento di scuole ed asili; all’impegno della conservazione e della tutela del suo ingente Patrimonio Artistico.


DECORAZIONI DELL'ORDINE

NOTE
 
  1. La Sacra Historia di San Maurizio Arciduca della Legione Tebea et de’ valorosi campioni. Cuneo 1604.
  2. Idem.
  3. L’Anello che venne preso come simbolo dalla Corte dei Savoia e che il Sovrano soleva portare al dito nelle solenni e sacre cerimonie e in caso di guerra; era un grosso e bellissimo zaffiro ovale leggermente convesso, con sopra intagliato l’immagine di un guerriero a cavallo con la lancia abbassata; il gambo d’oro massiccio, con ai lati due pavoni di smalto a colori. Molto probabilmente era di arte e foggia Romana all’inizio della sua decadenza. Esso ando' fatalmente perduto nei tumulti derivanti dalla Rivoluzione Francese. All’indomani della Restaurazione la preziosa gemma giaceva presso un negozio di Torino, ed il proprietario all’oscuro del suo valore storico lo vendette ad un Russo che lo smonto' per recuperare la preziosa gemma. Il Re Carlo Alberto ne fece fare una copia avvalendosi dell’impronta e di un disegno conservati nel gabinetto delle medaglie del Re.
  4. Amedeo VI in tale anno ordino' che si coniassero nella citta' di San Maurizio di Agauno danari, oboli e grossi mauriziani. I danari avevano come effigie da una parte l’immagine di una sommita' di un campanile el il motto CHRISTIANA RELIGIO. Il grosso Mauriziano d’argento mostrava un cavaliere armato somigliante a San Maurizio appoggiato alla spada ed intorno aveva la scritta S. MAURITIUS e A. SABAUDIAE.
  5. Enea Silvio Piccolomini trasmetteva a Giovanni di Segovia la seguente vivacissima descrizione di questa incoronazione: “Gli e' raro che i papi siano coronati da concili; Alessandro lo fu a Pisa, Martino a Costanza; pero' Felice V di tanto li vince in merito di quanto la sua esaltazione avanza la loro in magnificenza; cosi' almeno la pensano coloro che assistettero alle tre cerimonie. Davanti alla cattedrale e' una piazza vasta in cui costumasi dare spettacoli; la', nel bel mezzo, fu rizzato un palco e sovr’esso un altare riparato contro le intemperie e il sole da preziosi drappi. Il Papa vi sali' per essere coronato, con accompagnamento di circa duemila tra nobili e clerici. Era giunto il giorno avanti Lodovico di Savoia, suo figlio primogenito; principe di affabili maniere, di retto giudizio, ma di poca persona e con occhi biancastri; gia' aveva accompagnato il Papa Filippo, conte di Ginevra, altro suo figlio, giovane valoroso e buono; faceangli corteggio Luigi di Saluzzo, in cui non sapresti se ammirar piu' bellezza od eloquenza, ed altri moltissimi baroni di Savoia; di Germania eran venuti il marchese di Roetelen, brillante per giovinezza e che lasciava sventolare la sua bionda capigliatura; Corrado di Vinsperg, ciambellano ereditario del santo impero, vecchio venerando per prudenza e per anni; il conte di Thirstein, che vinceva tutti per dignita' di aspetto; vedovansi cola' raccolti i deputati di Starburgo, di Berna, di Friburgo, di Soletta, e tal pressa di popolo che le strade non bastavano a capirla; vuolsi che fossero cinquantamila gli accorsi. Per mantenere l’ordine, la citta' aveva armato mille giovani il cui portamento era leggiadro non meno che marziale; gli uni custodivano gl’ingressi del palco, gli altri facevano guardia al palazzo. Dappertutto non si vedevano che uomini e donne affacciati alle finestre, sui tetti, sulle piante; tal moltitudine, per dirlo in una parola, che un grano di miglio caduto dall’alto in piazza non avrebbe toccato terra. In mezzo all’aspettazione generale fu visto arrivare l’eletto Felice, vecchione di bellissimo portamento, venerando per bianchi capelli e colla espressione sul volto di un’alta prudenza. La sua statura, come quella dei suoi figli, non si discosta dall’ordinaria; candida e' la pelle non men della barba; laconico il dire, pieno di saviezza. I prelati con mitra e il clero della citta' in solenne apparato salirono palco portando processionalmente reliquie. Si fece silenzio; cominciarono le cerimonie, e Felice n’era si bene istrutto da non aversi d’uopo di direzione; caso singolare che quel principe, inteso da piu' che quarant’anni agli affari del secolo, abbia trovato tempo di rendersi famigliari tutti i riti della chiesa; correggeva gli errori degli altri, ne' permetteva cosa che fosse fuori di regola. Celebro' con indicibile solennita', leggendo, cantando, non ommettendo nulla. Il vecchio padre officiava servito dai figli, e ciascuno diceva potersi a giusto titolo chiamar Felice chi dopo una vita onorevolmente spesa nelle bisogna sociali, ed aver sapientemente retto i proprii Stati, e ben educata la figliolanza, veniva chiamato da Dio al reggimento della Chiesa universale. Dopo la messa e la consacrazione del Papa, fu recata la tiara o triplice corona tutta gemmata; e il cardinale di Santa Sabina, facendo ufficio di vescovo d’Ostia, la pose in capo a Felice in mezzo al general grido: Lunga vita al Papa! e bandironsi le indulgenze. Le cerimonie essendo terminate, scese ognuno dal palco per montare a cavallo, e la processione si incammino' nell’ordine seguente: laici e valletti per primi, poi gli scudieri, poi i baroni, poi il Papa circondato da’ suoi consiglieri, vestito di stoffa d’oro con istrascico. Ciascuno era sontuosamente abbigliato, quali di porpora e d’oro, quali alla militare con pietre e catene preziose; perfino i trombettieri erano riccamente acconciati da parer senatori. Tenea dietro, a piedi, il clero della citta' colle reliquie; venivano poscia i romiti di Ripaglia, detti anche Cavalieri di San Maurizio; vecchioni che erano stati compagni a Felice nel mondo e nel ritiro, e vestivano la lunga tonaca bigia dell’Ordine. Il Papa che si avanzava lentamente sotto un baldacchino benediva il popolo ed attirava a se' tutti gli sguardi: Roetelen e Vinsperg tenevano la mula per la briglia. Giunto al Ghetto, i rabbini gli si fecero incontro presentarongli i libri della legge mosaica. Felice li ricevette con rispetto, ma condanno' l’ostinazione giudaica. quando fu presso la chiesa dei Domenicani, il priore e i frati uscirongli incontro e gli offrirono le chiavi del convento. S’intuono' il Te Deum, ed allorche' ogni cosa ebbe fine, erano le tre dopo mezzogiorno ed avevamo cominciato coll’aurora. L’indomani tornammo tutti ad ascoltare la Santa Messa in quella chiesa; i prelati ricevettero in dono due medaglie d’argento ed una d’oro; gli assistenti furono convitati a lauto banchetto; mille persone sedevano insieme a mensa; i due figli del Papa servivangli da coppieri, e il marchese di Saluzzo faceva le funzioni di maestro delle cerimonie. Felice V tenne dapprima il suo seggio in Basilea, poi lo trasferi' a Ginevra. In quel mentre moriva Eugenio IV, e Nicolo' V, suo successore, occupava senza contrasto la sede pontificia nella capitale del mondo cattolico. Allora Felice, secondando la rettitudine del suo cuore, cedendo alle istanze vivissime del suo primogenito e di altri principi cristiani, si determino' di por fine con una gloriosa azione allo scisma suscitato alla sua elezione dai sediziosi prelati di Basilea; fatto percio' adunare un concilio in Losanna nel 1448 vi depose la tiara e rinunzio' al pontificato. Colmo di onori e di benedizioni per aver dato la pace alla Chiesa, torno' alla diletta solitudine di Ripaglia; visse altri diciotto mesi piu' fortunato e felice che nol fosse stato negli anni piu' prosperi del viver suo, ed unicamente intento alle cose di spirito, sempre divoto al martire tebeo, usava per suo sigillo un San Maurizio entro una nicchia gotica di gentilissimo lavoro. Mori' a Ginevra nel convento dei frati predicatori il giovedi' 7 gennaio 1451, verso il meriggio, in eta' di 69 anni. Fu recato all’indomani nella chiesa di S. Pietro, ove si celebrarono trecento messe, ed al sabbato fu portato con grande accompagnamento in lettiga a Ripaglia, dove venne sepolto in mezzo al coro. Le sue ossa, trasferite a Torino nel 1576, addi' 7 dicembre riposano ora nella cappella della Santissima Sindone, e la pieta' di Carlo Alberto gli erigeva magnifico monumento, opera di Benedetto Cacciatori.
  6. Cosi' il Tola descrive il Cerimoniale dell’Investitura : “A tale solenne funzione prendevano parte il sacerdote destinato a fare l’ufficio di Mastro di cerimonie, il promotore vestito col manto dell’Ordine, il profitante, il sacerdote destinato alla celebrazione della Santa Messa seguito dai chierici. Il celebrante intonava il “Veni Creator” cantato dal coro o dal clero assistente. Poi il profitante, accompagnato dal promotore, faceva avanti al celebrante la professione di fede secondo la Bolla pontificia col Credo e la fedelta' alle tradizioni apostoliche ed ecclesiastiche e alle costituzioni della Chiesa, alla Sacra Scrittura nelle interpretazioni della Chiesa, alla Transustanziazione, ai Sacramenti stabiliti dalla nuova legge. Dopo la professione di fede, il promotore toglieva dal fianco del profitante la spada con guardia dorata tenendola con la mano destra snudata ed elevata; nello stesso tempo l’usciere porgeva una torcia di cera bianca accesa (in cui era una moneta d’oro) da tenersi alzata per tutto il tempo della benedizione della spada: “Exaudi, quesumus Domine, preces nostras et hunc ensem, quo hic famulus tuus circuncingi desiderat, Majestatis tuae dextera dignare benedicere, quatenus possit esse defensor Ecclesiarum, viduarum, orphanorum, omnium Deo ferventium contra saevitiam infidelium et hereticorum; praestans ei, quae in persecutionis et defensionis sint effectum per Christum Dominum nostrum…Benedictus Dominus Deus meus qui docet manus meas ad proelium et digitos meos ad bellum…”


Seguiva un “Oremus” affinche' la spada del postulante serva soltanto contro la malizia dei reprobi, al servizio della giustizia, come fu nel disegna di Dio che permise il sorgere di quest’Ordine militare per la protezione del popolo; al profitante nevenga audacia, fede, speranza, carita', umilta', perseveranza, spirito di obbedienza ed umilta'. Il celebrante invoca ancora la benedizione divina sull’abito “quem propter nomen tuum, tuorumque

Sanctorum Mauritii et Lazari amorem atque devotionem famulus tuus est delaturus, dextera sua santifica…”. Seguiva la benedizione del manto; durante la Santa Messa, ritornati il profitante e il promotore inginocchiati davanti all’altare, il promotore diceva: “Illustrisimo ed Eccellentissimo Signore, essendo il presente Gentiluomo nobilmente nato, ed acceso di zelo di entrare nella Sacra Religione ed Ordine Militare dei Santi Maurizio e Lazzaro, di cui la Sacra Real Maesta' del Re di Sicilia, Gerusalemme e Cipro, duca di Savoia e Monferrato e Principe di Piemonte e' Generale Gran Mastro e Capo, supplica V.E. come specialmente Delegata da S.M. degnarsi di riceverlo benignamente ed ascriverlo al numero degli altri Cavalieri Militari Ospitalieri de detta Sacra Religione”. Al che il delegato rispondeva:”Non si puo' non commendare questa vostra intenzione quando essa sia veramenteper servizio ed esaltazione della Santa fede cattolica, a beneficio e giovamento dei poveri, ed a tale fine sia questa richiesta fatta da voi”. Il delegato interrogava il profitante se non vi erano impedimenti alla sua entrata nella Sacra Religione, sul suo stato coniugale, sulla sua situazione debitoria ed in particolare sugli obblighi dovuti alla Sacra Religione, sull’esattezza delle prove delle informazioni prodotte. Dopo la risposta, il delegato pronunciava la formula dell’accettazione nell’Ordine: “Essendo voi di qualita' tale, e cosi' ben fondata la vostra intenzione meritate d’essere del vostro desiderio soddisfatto, ed accettato nella presente Milizia, ancorche' non tutti quelli che hanno cio' desiderato v’abbiano potuto pervenire. E’ percio' conveniente che vi dissoniate a ricevere il gioco della soave servitu' di questa Sacra Religione con prontezza d’animo, la cui regola dovete aver prima considerata molto attentamente e che in essa tre voti si contengono, cioe' di ubbidienza, castita' almeno coniugale, ed ospitalita' verso i lebbrosi e poveri”. Pronunciati i tre voti, il delegato percuoteva per tre volte la spalla sinistra del profitante, coll’auspicio che “cosi' s’umilii sotto il valore delle vostremani ogni nemico della Fede di Cristo, della cattolica ed apostolica Chiesa”.Il promotore accomodava poi alle calcagne del profitante gli speroni d’oro, col monito: “Ricordatevi di calcare e sprezzare l’oro, e disponetevi ad ornare e vestire di quello i piedi, cioe' i poveri di Cristo”. Gli cingeva poi la spada riposta nel fodero con la sciarpa pendente dalla spalla destra al lato sinistro, affinche' Iddio “Vi cinga di virtu' contra i temporali e spirituali nemici”; snudata la spada fino alla fine del Vangelo, la poneva in mano del profitante: “Questa vi sia arma di giustizia e di valore e questo Sant’Ordine v’obbliga a non mancare ne' all’una ne' all’altro”. Celebrata la Santa Messa, il profitante pronunciava il giuramento di fedelta', prescritto per i Cavalieri, alla Sacra Real Maesta' del Re, all’Ordine Militare dei Santi Maurizio e Lazzaro, all’osservanza degli obblighi inerenti alla sua nuova qualita', della regola, degli Statuti dell’Ordine, del digiuno il venerdi' e sabato di ogni settimana. Infine il Delegato, essendo stato posto il manto sopra le sue ginocchia dal Mastro delle cerimonie, con la Croce del manto in faccia al profitante, ricordava che: “Questo abito e' d’onore e di religione, il quale obbliga chi se ne veste a vivere onoratamente e religiosamente, e questa Croce, segno e memoriale di quella su cui mori' il Signor Nostro Gesu' Cristo, vi si mostra il color bianco, accompagnata dall’altra verde, sopra dell’abito regolare rosso accioche' intendiate che, ornato di tal segno con pura e sincera Fede, accompagnata da ferma speranza di conseguire l’eterna Gloria, dovete combattere generosamente e non risparmiare il vostro sangue in onore e gloria del Clementissimo e Sovrano Signore e Dio, che volle qual servo umiliarsi a ricever morte per dar vita ai suoi fedeli e che avete ad infiammarvi all’esercizio delle opere di carita' verso il prossimo, particolarmente poveri e lebbrosi di che dovrete rendere stretto conto a Dio nel giorno dell’estremo giudizio. Facendovi di piu' sapere che se per vilta' e codardia (il che a Dio non piaccia) veniste, nel tempo di seguirlo con maggiore fedelta', ad abbandonare questo Santo Stendardo, ovvero in altro modo a commettere atto indegno a cavaliere di questa Sacra Religione contro la forma delle sue regole e stabilimenti, sareste come violatore delle vostre promesse, spogliato dell’Iinsegna della Santissima Croce, e qual membro fracido e puzzolente, troncato dal rimanente del corpo come indegno del consorzio degli altri cavalieri”. Ottenutane l’approvazione, il delegato diceva: “Siccome al Sacra Fonte Battesimale vi fu rimesso il peccato contratto dalla colpa del primo padre, cosi' la benignita' di Dio al vestire di questo abito vi rimetta quelli con cui avete da poi offesa la Divina Maesta' e vi muti in un uomo nuovo e suo servo fedele e cosi' sia”. La religiosa cerimonia si chiudeva col canto del “Te Deum” e le preghiere di rito. 7) Questi dignitari col Primo segretario formavono il Gran Consiglio dell’Ordine. Regnante il Re Carlo Alberto, non furono piu' nominati il Gran Maresciallo e il Grande Ammiraglio.

BIBLIOGRAFIA

E. Rotunno – L’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro dalle origini all’inizio del XX Secolo – Torino 2007
Paolo Borselli – L’Ordine Mauriziano – Officina Grafica Elzeviriana - Torino 1917
Pierfelice Degli Uberti – Ordini Cavallereschi e Onorificenze – De Vecchi Editore - Milano 1993





  


L’Ordine complessivamente, tra il 1916 ed il 1917, disponeva di un organico composto da 26 funzionari dell’Amministrazione Centrale (Torino e Roma), 18 funzionari delle Amministrazioni Dipendenti (Cagliari, Aosta, Valenza, Lanzo, Lucerna, Piccolo San Bernardo ed uffici periferici), 32 sanitari (Ospedali di Torino, Aosta, Valenza, Lanzo, e Luserna), 53 suore addette agli Ospedali, 19 parroci e cappellani, 27 insegnanti (scuole Mauriziane di Torre Pellice, Stupinigi, Staffarla e Scarnafigi), 10 commessi inservienti a Torino e Roma, 23 Guardie Mauriziane (7 graduati e 16 agenti), 5 custodi, 110 inservienti ed infermieri professionali negli Ospedali, 6 inservienti negli edifici di culto ed infine 6 bidelli nelle scuole.


Via Vicenza n. 7 Roma - Sede del Gran Magistero durante il Regno d'Italia

Un totale di 332 impiegati e dipendenti in pianta stabile che garantivano un perfetto funzionamento di cinque Ospedali con oltre 500 letti, la manutenzione del piu' grande Ospizio alpino d’Europa, di sette scuole (comprese quelle rurali di Chiavolla e Coppieri, affidate a maestre laiche), di sette Basiliche e Chiese (Torino, Cagliari, Staffarda, Stupinigi, Asti, Torre Pellice, Sant’Antonio di Ranverso) e dieci Cappelle (Vicomanino presso Stupinigi, Parpaglia, Saccabonello, Fornaca, Grangia, Gonzole, Pozzo Strada, Monte Giove a Chiasso, Sant’Andrea della Consolata e Vinovo).

 
L'Ospedale Mauriziano "Umberto I" di Torino 

Nel 1903, grazie ad un generoso lascito della Contessa Irene Verasis di Castiglione, vedova Morozzo della Rocca, venne fondato il Laboratorio Femminile Mauriziano di Luserna, retto da un consiglio di Delegati dell’Ordine.

Dall’Ospedale di Aosta dipendeva anche l’Ospizio del Piccolo San Bernardo, dal 19 agosto 1752 assegnato all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro dalla Bolla di Papa Benedetto XIV, ricostruito dopo la rivoluzione francese da Re Carlo Felice nel 1826.

Per dare un’idea dell’attivita' dell’Ospizio, basti ricordare che nel 1869 ebbe 11.085 viaggiatori ospiti e 18.771 pasti serviti ai viandanti, che, a spese dell’Ordine, venivano confortati di pernottamento e cibo.
Occupato dalle truppe tedesche nel 1943 e semidistrutto nei combattimenti dell’inverno 1944/45, l’Ospizio verra' ricostruito nel 1995 dopo protocolli siglati dall’Ordine Mauriziano di Torino, dal Gran Magistero dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro di Ginevra, dal Comune di La Thuile, dalla societa' Sivom de Haute Tarantasie, che formeranno un organismo congiunto denominato GEIE con sede a Torino.
Con minime variazioni al suo particolare complesso di ordinamenti, l’Ordine continuo' la propria fondamentale missione ospedaliera, culturale (vennero edificate anche altre scuole elementari ed asili), spirituale ed agricola sino al referendum istituzionale del 1946.

Nonostante l’opposizione del Vaticano attraverso l’allora Segretario di Stato S.E.R. il Cardinale Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI che ravviso' la propria giurisdizione sull’Ordine Mauriziano, basata su carte diplomatiche che riconoscevano assoluta indipendenza all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro come Ordine Religioso e Militare, qualificandolo – la Santa Sede – come Ente Ecclesiastico di Diritto Pubblico, la XIV Disposizione Transitoria e Finale della Costituzione Repubblicana al terzo comma lo faceva suo mantenendolo come Ente Ospedaliero e demandandone l’operativita' ad una legge che venne promulgata quindici anni.

Con la Legge 1596 del 5 novembre 1962, infatti, i beni dell’Ordine Mauriziano vennero eretti in Ente Ospedaliero, con compiti di istruzione, beneficenza e culto, posto sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica e sotto la diretta vigilanza del Ministro dell’Interno.

Politicamente e' sempre stato indiscusso feudo della Democrazia Cristiana, il che non ha impedito che questo antico Ordine, a 427 anni dalla sua fondazione, dopo aver superato guerre, epidemie ed ogni genere di traversie, subita la nomina di un Commissario da parte del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro nella persona di Emilia Bergoglio e dopo il sequestro giudiziario dei beni personali dell’ultimo amministratore Dott. Gian Paolo Zanetta, ex Direttore Generale, chiudesse con un deficit di 370 milioni di euro in tre anni e scomparisse definitivamente dalla scena.



Gli ospedali, compresa la mega struttura di Candiolo creata nel 1995 per decisa volonta' della famiglia Agnelli attraverso la Fiat e migliaia di donazioni private, altamente specializzata nella diagnosi e cura dei tumori ed a sigla IRCC (Istituto di Ricerca e Cura del Cancro) sono oggi affidati ai servizi sanitari nazionali mentre la salvaguardia dei ricchissimi e preziosi beni artistici, dei 6100 ettari di terreni, 381 dei quali gestiti direttamente e gli altri affittati a 125 aziende agricole, 88 cascine in provincia di Cuneo, 28 in quella di Torino, una ad Alessandria, cinque a Vercelli e tre ad Aosta (il tutto del valore stimato nel 2005 dalla Coldiretti in oltre 300 milioni di euro) sono oggi retti da una neonata “Fondazione Ordine Mauriziano”. Per fortuna, l’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, data la sua natura dinastica, appartenente “jure sanguinis” ad una Casa Sovrana (riconosciuta internazionalmente come tale all’epoca del Congresso di Vienna nel 1814-1815) conserva invece intatta la sua validita' indipendentemente da ogni rivolgimento politico.


L’Abbazia di Saint Maurice d’Agaune, in Svizzera


Il 30 settembre 1973 il XVI Generale Gran Maestro S.M. Re Umberto II volle presiedere ufficialmente ad una solenne celebrazione nell’Abbazia di Saint Maurice d’Agaune, in Svizzera, per il quadricentenario della fondazione dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.



S.M. Re Umberto II, XVI Generale Gran Maestro dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro


BIBLIOGRAFIA

Elenco dei Cavalieri dell’Ordine Supremo della SS. Annunziata 1362-1962, Cascais, Rizzoli 1964
Fabrizio Ferri – Ordini Cavallereschi e Decorazioni in Italia- Edizioni il Fiorino - Modena 1995
Pierfelice Degli Uberti – Ordini Cavallereschi e Onorificenze – De Vecchi Editore - Milano 1993
Paolo Borselli – L’Ordine Mauriziano – Officina Grafica Elzeviriana - Torino 1917
Enrico Tola Grixoni – Quaderni dell’Associazione Araldica Nobiliare della Sardegna – 2003-2007
E. Rotunno – L’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro dalle origini all’inizio del XX Secolo – Torino 2007
Vittorio Prunas Tola – L’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Rizzoli, Milano 1966
Don Pasquale Tola - Dizionario Biografico degli Uomini Illustri di Sardegna – Torino 1838
Armi Antiche, n.u., 1967 - Vexilla Italica, 1 e 2, 1975 - G. Galuppini, La Bandiera Tricolore nella Marina Sarda, 1987
Orazio Napoli – Storia degli Ordini Equestri d’Italia – Ist. It. Libro Storico – Milano 1936
AA.VV. - Capitoli di Storia Mauriziana – Blu Editoriale – Torino 1993-1998
AA.VV. – Il Senato del Regno d’Italia – Roma 2006
Supplementi alla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia – Ordini Cavallereschi – Roma 1940-1943
AA.VV. – La Grande Enciclopedia della Sardegna – Sassari 2008
Lorenzo Gigli – Michele Ruggiero – Il Caso Mauriziano” – Genova 2005
Mario Matteo Tola – Ritratti, frammenti di storia Sassarese del XIX Secolo – Gallizzi - Sassari 2008